I nomi delle antiche cascine milanesi e lombarde: qualcuna deve probabilmente il nome a un albero della cuccagna, Guzzafame testimonia invece la povertà di alcuni terreni. L’apice della carestia è invece rappresentato dalla Cascina Mancatutto, a Calvairate. Cascina Cazzuola è legata alla cassoeula e citata da Carlo Goldoni, etc. Dal punto di vista strutturale, la cartografia storica mostra l’evoluzione di questi edifici: nel corso del XIX secolo, grazie a una maggiore sicurezza nelle campagne, si è passati dal modello fortificato a “corte chiusa” a quello più funzionale a “corte aperta”.
Claudio Salsi*
Il poeta e commediografo dialettale Carlo Maria Maggi (1630-1699) mette in bocca a Meneghino, personaggio di sua invenzione, un accorato lamento per dover abbandonare Milano e le sue delizie culinarie: «Mia carissima Milano, mi si spezza il cuore doverti abbandonare. Se non ci vedremo più, arrivederci Mortadelle dei Tre Scagni, Busecca della Gobba. E tu, Corte bandita della gola, Cornucopia del ventre, Cuccagna dei ghiottoni»:
«Chaer el mè chaer Milan, me creppa el coeur/
D’havett da bandonà (…)
Se pù nos’ vedaremm a revedes/
Mortadell d’i Trì Scagn/
Busecca della Goeubba (…)
E tì, corta bandida della gora/
Cornuopia del venter/
Cuccagna d’i leccard»¹.

Milano, spagnola e decadente, è dunque descritta come “cuccagna dei ghiottoni” e decantata, miticamente, per l’abbondanza delle golosità della “cucina grassa” e quindi per le innumerevoli osterie locali.
Forse per molti milanesi sarà una sorpresa scoprire che nella nostra città esiste una via denominata Cuccagna non lontano da Porta Romana. La piccola via privata Cuccagna (perpendicolare a via Muratori) non ha alcuna relazione con fonti letterarie illustri, ma deve il suo allegro nome semplicemente alla presenza di una cascina così chiamata che, un tempo, si trovava in fondo ad una minuscola strada campestre, ortogonale all’area dell’edificio. Come si spiegherà meglio più avanti, quella che noi chiamiamo oggi Cuccagna in realtà è l’antica Cascina Torchio, ribattezzata Cuccagna in un momento più recente, evidentemente in onore del pittoresco toponimo.
L’originale Cascina Cuccagna, posta tra i Corpi Santi di Porta Tosa e di Porta Romana e demolita nei primissimi anni del Novecento, non risulta segnata nelle mappe dei primi decenni dell’Ottocento², mentre è bene individuabile nella carta disegnata dall’ingegner Cesare Beruto³, incaricato tra il 1884 e il 1889 della stesura del primo piano regolatore della città di Milano (fig. 1) e in una mappa edita da Antonio Vallardi nel 1886⁴. L’odierna Cascina chiamata Cuccagna è ancora in funzione, sebbene con attività compatibili con la sua presenza ormai in piena area urbana.

Per la localizzazione delle numerosissime cascine esistenti nel territorio intorno a Milano strumento indispensabile è lo studio della cartografia storica che, grazie alla ricca documentazione conservata presso la Civica Raccolta delle Stampe “Achille Bertarelli”⁵ e l’Archivio Storico Civico⁶, permette di individuare i vari insediamenti e di attribuire loro una sommaria datazione. Nella mappa Contorni di Milano del Tenente G. Brenna del 1833 compaiono una serie di bizzarri toponimi di cascine ubicate prevalentemente a sud della nostra città (figg. 2-3).

La definizione di uno schema architettonico e tipologico delle cascine milanesi, soprattutto delle più antiche (fig. 4, si veda in alto), risulta impresa ardua, se non impossibile, data la scarsità del materiale documentario. Si sono tuttavia delineati alcuni modelli canonici susseguitesi nel corso del tempo, caratterizzati da una diversa disposizione degli ambienti dell’azienda agricola, il più antico dei quali è quello a “corte chiusa”, consistente in un unico e compatto blocco edilizio delimitato da mura o da fossati.
A partire dalla metà del XIX secolo, tuttavia, questa tipologia si rivelò meno funzionale, anche perché il maggior controllo del territorio portò alla diminuzione delle violenze nelle campagne, abbassando i rischi legati alla sicurezza degli abitanti. Vi fu quindi una vera e propria “apertura” della cascina, si parla infatti di struttura a “corte aperta”.

Alla Cuccagna
Dell’originale Cuccagna oggi non rimane dunque più traccia. A tal proposito si è individuato un prezioso documento pubblico, una deliberazione del Consiglio Comunale di Milano dell’aprile 1907, recante anche la firma dell’allora sindaco Ettore Ponti: la cascina fu espropriata nel 1906 e demolita nel 1907 per la costruzione della circonvallazione fra la via Muratori e la Provinciale Paullese, l’odierno viale Umbria. Un’altra importante testimonianza a riguardo è la Carta storica topografica di Milano e dintorni compilata nell’aprile 1906 da Giuseppe Crivellari; nella zona del suburbio di Porta Vittoria e dei bastioni di Porta Romana è già indicata la futura circonvallazione sul cui tracciato si scorgono in sequenza le cascine Torchio, Cuccagna e l’Osteria della Cazzuola (fig. 5).

L’attuale Cascina Cuccagna, come detto, già Cascina Torchio, nell’Ottocento era contraddistinta da una struttura architettonica ad L che, grazie all’aggiunta di altri corpi ha assunto l’attuale forma ad E (si veda fig. 1). L’analisi e la comparazione di mappe della zona ha permesso di visualizzare lo stabile nelle piante di Milano e circondario del XIX secolo. Nella Carta dei dintorni di Milano di Giovanni Battista Clarici della fine del Seicento, infatti, la struttura non compare nella zona in questione, mentre è indicata invece un’altra cascina egualmente detta Il Torchio¹¹, nella zona della demolita Porta Ludovica, tra Porta Vigentina e Porta Ticinese (fig. 5).
Ulteriore citazione si trova nella carta del Brenna; in quella stampata da Franz Valmagini alla metà del XIX secolo¹²; nella prima edizione del Piano Beruto (1876), ma anche nella già citata edizione del 1884 e infine nella mappa edita da Antonio Vallardi. Il Fondo Ornato Fabbriche dell’Archivio Storico Civico conserva, in un fascicolo datato 1 marzo 1883, la documentazione inerente le pratiche edilizie per le nuove facciate della Cascina Torchio – gli stessi prospetti visibili al giorno d’oggi – consistenti nei disegni di progetti presentati dall’allora proprietario Felice Galli per l’approvazione da parte del Comune di Milano¹³ (fig. 6).

Nel 1984 la cascina, ribattezzata dunque Cuccagna nel corso del Novecento, venne acquisita dall’amministrazione comunale ed è attualmente un noto punto di aggregazione sociale della città. L’edificio è qui raffigurato in una fotografia dei primi anni ’80 del XX secolo (fig. 7), precedentemente all’ultimo intervento di recupero conservativo.
Ma da dove deriva il singolare quanto intrigante appellativo? Ad oggi solo ipotesi sono possibili: può essere che un proprietario superstizioso, conoscendo gli infausti nomi di altre cascine milanesi (come Mancatutto ad esempio) abbia optato per un’intitolazione bene augurante, evocativa di campi feraci e abbondanti raccolti. Tuttavia l’ipotesi più probabile e realistica — oltre che quella supportata dalla scarna letteratura sull’argomento — è che questa cascina-osteria (tale era la caratteristica del luogo evidentemente) esponesse nel cortile un ricco albero della cuccagna, allo scopo di segnalare ai passanti la presenza di un “luogo di delizie”.

Achille Bertarelli e Antonio Monti nel 1927 ricordano nel passato la presenza di alberi della cuccagna in vari punti della città, poiché gli osti si ingegnavano nell’individuare attrattive per i loro luoghi di ristoro. «Ciascuna osteria aveva delle attrattive proprie, e si andava al Monte Tabor (P. Romana) a vedere le Montagne Russe, ai Beritt (via della Pace) per ridere ai lazzi di Gioppino, o all’Isola Fiorita al Grattasoglio, ove i contadini del luogo innalzavano ogni domenica l’albero della cuccagna» (fig. 8).
Abbondanza e miseria sono temi che, come abbiamo accennato poc’anzi, hanno dunque dato il nome ad altre cascine nel circondario di Milano. Tra diversi esempi, i più bizzarri riguardano intitolazioni come Cascina Guzzafame e Cascina Mancatutto, documentate nel territorio ambrosiano già a partire dal Seicento¹⁷.

Le molte cascine Guzzafame
Di cascine Guzzafame nel milanese e nelle province contigue ne sorsero parecchie¹⁸: a Milano fuori Porta Ludovica, nei pressi di Vighignolo, Trezzano, Correzzana, Figino, Gaggiano e Giussano. Interessante notare la fortuna in ambito rurale di questo toponimo, che letteralmente significa «provocare, stimolare la fame»¹⁹ per cui è facile riconoscere nella parola Guzzafame un esplicito riferimento al tema alimentare. Un’opinione comune (ma da noi non del tutto condivisa), interpreta questo termine come ispirato dalla miseria e dal disagio o dalla povertà dei terreni che «aguzzano la fame senza soddisfarla»²⁰.
In provincia di Lodi porta questo nome addirittura una frazione del paese di Senna Lodigiana. Per quanto riguarda la Guzzafame meneghina, le uniche testimonianze della sua esistenza sono le carte del Brenna²¹ e la mappa poco più tarda edita dal Valmagini²²: entrambe localizzano la cascina poco fuori Porta Ludovica, nel quartiere meridionale di Morivione, direttamente affacciata sul canale Ticinello. Nella pianta del Beruto del 1884 non è possibile individuare la cascina perché facente parte di un altro comune²³. Nei pressi di Vighignolo, tra l’Olona e la strada per Novara, si trovava una Guzzafame già nel Seicento²⁴, sopravvivente fino all’Ottocento²⁵; un’indicazione di una cascina con lo stesso nome è certificata già in epoca secentesca nei pressi di Trezzano²⁶, mentre non lontano da Correzzana le attestazioni del toponimo risalgono al secondo quarto del XIX secolo²⁷. Una Cascina Guzzafame è testimoniata anche nella zona nord-est di Figino, vicino a Cascina Cornaggia (si veda fig. 3), ma sembra oggi scomparsa²⁸. Nel territorio di Gaggiano (Milano) è presente una Cascina Guzzafame ancora attiva nelle attività agricole e nella ristorazione, la cui costruzione risale approssimativamente al XVIII-XIX secolo²⁹.
Mancapane, Fametta e Mancatutto

L’apice delle evocazioni di situazioni di miseria è raggiunto dall’intitolazione della Cascina Mancapane di Castelverde (Cremona)³⁰, dalla Cascina Fametta³¹ a nord del borgo di Trenno, ma soprattutto dall’esistenza di una Cascina Mancatutto³² milanese. Posta non lontano da Porta Tosa, nell’attuale quartiere di Calvairate (zona orientale di Milano, oltre l’odierna Porta Vittoria), questa cascina ancora in uso abitativo ai giorni nostri risulta esistere già nelle rilevazioni secentesche³³ e sopravvive nelle fonti ottocentesche³⁴. Della Cascina Mancatutto³⁵ abbiamo anche una segnalazione cartografica dei primissimi anni del Novecento³⁶. Una probabile rappresentazione della Cascina Mancatutto si può ritrovare in un disegno di Arturo Ferrari³⁷ qui riprodotto (fig. 9).
Cascina Cazzuola o “Cassoeula”
Per rimanere nell’ambito delle bizzarrie toponomastiche di luoghi e cascine milanesi è necessario prendere in considerazione anche le osterie, allargandosi perciò anche all’ambito gastronomico. La Cascina Cazzuola con l’annessa celebre osteria, che probabilmente derivavano il loro nome dalla lombardissima cassoeula (piatto a base di carne di maiale e verze), sorgeva nella zona di Calvairate (tra Porta Tosa e Porta Romana).
A proposito dell’Osteria Cazzuola è emblematico un passaggio tratto dalle Memorie di Carlo Goldoni, pittoresco, oltre che per la narrazione di un’avventura galante dell’autore con una giovane fanciulla veneziana avvenuta all’ombra degli antichi alberi della zona, anche per la descrizione della consuetudine delle classi agiate lombarde di parlare sempre di cibo durante i loro convenevoli: «Passeggiando un giorno in campagna verso Porta Tosa col signor Carrara gentiluomo bergamasco, e mio intimo amico, ci fermammo alla famosa osteria della Cazzuola che i milanesi pronunziano cazzeula, perché i lombardi hanno il dittongo eu come i francesi, e lo pronunziano in egual modo. Non si fanno in Milano passeggiate, né si mette insieme divertimento di qualunque sorte sia, in cui non si discorra di mangiare; alli spettacoli, alle conversazioni di giuoco, a quelle di famiglia, siano esse di cerimonia, o di complimento, alle corse, alle processioni, alle conferenze spirituali inclusive, sempre si mangia. Per questa ragione appunto i fiorentini, che generalmente son sobrj, ed economi chiamano i milanesi i lupi lombardi»³⁸.

Per quanto concerne la Cascina Cazzuola, le mappe testimoniano la presenza di ben due edifici con questo nome a partire dal XIX secolo: in quella del Brenna e in quella successiva di circa un ventennio del Valmagini sono indicate Cascina Cazzuola 1ª e Cascina Cazzuola 2ª (l’Osteria era annessa alla Cazzuola 2ª)³⁹ (fig. 10); in due ulteriori piante, rispettivamente nella quarta edizione del Piano Beruto del 1884 e in quella edita da Antonio Vallardi nel 1886⁴⁰ è specificata solo una generica Cazzuola. Come già indicato, dalla mappa del Crivellari del primo Novecento⁴¹ la Cazzuola risulta essere proprio sul sedime dei terreni interessati dagli sbancamenti per la realizzazione di viale Umbria (fig. 5), ma sembra essere stata risparmiata se ancora appare in un disegno di Arturo Ferrari degli anni Venti del Novecento⁴².

Oltre alla cartografia e alla letteratura anche la pittura risulta utile per conoscere l’aspetto della Cascina-Osteria della Cazzuola. Nelle collezioni civiche sono infatti conservati alcuni dipinti che la rappresentano, opera di Ambrogio Fermini: l’Antica Osteria della Cazzuola fuori Porta Vittoria, riferibile al decennio 1840-1850, un olio su tela esposto al Museo di Palazzo Morando e una replica ad acquerello, anch’essa firmata dal Fermini, presso lo stesso Museo⁴³. Nella Raccolta Bertarelli è presente un’anonima tempera (fig. 11), con ogni evidenza attribuibile ancora al Fermini per soggetto e stile, databile agli stessi anni⁴⁴. L’osteria era circondata da imponenti olmi secolari, immancabili nelle amene raffigurazioni che la riguardano.
Un’altra cascina-osteria, nei pressi di Milano, alludente a frutti assai comuni, le mele, che dovette godere di una certa fama perché punto di ritrovo dei cittadini, fu la Cassina dei Pomi⁴⁵, situata sul Naviglio della Martesana, tra Porta Comasina e Porta Nuova (ora nella zona di Gorla)⁴⁶.
Cascina Belcazzullo
Sempre legata all’alimentazione e alla cultura materiale e più precisamente agli attrezzi della cucina povera, era una denominazione, decisamente prosaica, che identificava la Cascina Belcasule (o Cascina Belcazzulo); nel dialetto lombardo il cassü o cazzùu indica il mestolo⁴⁷, per cui bel casule si può tradurre con “bel mestolo”. La cascina si trovava nel quartiere Vigentino, fuori Porta Romana e, per quanto si conosce, negli ultimi decenni del XIX secolo era di proprietà dei fratelli Guzzelloni. Nonostante la sua marginalità (non è dato sapere se vi fosse annessa un’osteria) può vantare una citazione da parte di Raffaele De Cesare, senatore del Regno attivo nella promozione delle politiche agrarie nazionali⁴⁸, ripresa poi letteralmente dal conte Stefano Jacini nell’ambito della celebre Inchiesta Agraria⁴⁹.
L’origine del toponimo forse consiste nella presenza di un grande mestolo che consentiva di attingere facilmente acqua da una fontana o da un pozzo, a disposizione dei viandanti o dei contadini di passaggio. La zona infatti era ubertosa perché ricchissima di acque che consentivano l’allevamento intensivo del bestiame⁵⁰. Ma più probabilmente, vista l’ampia manodopera impiegata nell’allevamento, si riferiva enfaticamente all’evocazione del rito collettivo del pasto contadino, al desco o nei campi, dove il cibo veniva dalle donne scodellato da una grande pentola e versato in ciotole appunto con un “mestolone”, come peraltro appare in stampe popolari italiane dell’Ottocento⁵¹. Attuale testimonianza della presenza di quell’edificio è la via Belcasule, nella zona del Vigentino.
* Questo articolo ha accompagnato una mostra tenuta al Castello Sforzesco nel 2015. Per saperne di più: https://www.artribune.com/mostre-evento-arte/il-mito-del-paese-di-cuccagna/
Un ringraziamento ad Anna Maria Marconi per l’indispensabile collaborazione.
Ampia bibliografia sull’argomento QUI
NOTE
¹ Maggi 1708, tomo IV, pp. 85-86.
² Cfr. G. Brenna (disegnatore), V. Angeli (incisore), Contorni di Milano del Tenente G. Brenna, 1833 (Civica Raccolta delle Stampe “A. Bertarelli” – d’ora in poi R.B. – Busta M. 23, tav. 1-4; C. Brenna (disegnatore), V. Angeli (incisore), Carta topografica dei contorni di Milano, 1833 (R.B., Vol. DD 12, mappa 1833).
³ C. Beruto, Pianta della Città di Milano pubblicata per deliberazione della Giunta di Milano 9 giugno 1876, 1884, IV edizione (R.B., Vol. EE 28, tav. 9).
⁴ A. Vallardi (editore/stampatore), Corografia del territorio circostante a Milano, 1886 ca. (R.B., P.V. m. 4-59).
⁵ Fondamentale la consultazione attraverso la risorsa elettronica Graficheincomune, che valorizza il patrimonio di opere su carta del Castello Sforzesco e del Museo del Risorgimento di Milano.
⁶ Tutti i complessi della cascina erano sotto il controllo del fittavolo o del padrone, la cui abitazione era situata in posizione strategica e spiccava per dimensioni, elementi architettonici (presenza di portico o loggia) e finiture decorative; la corte, ossia l’edificio dalla foggia stretta e allungata che si affacciava sul cortile-aia, ospitava le stanze dei contadini che generalmente non presentavano all’esterno ornamenti. Il fulcro delle case dei contadini era il locale con camino a piano terra, mentre un altro piccolo ambiente – si parla di 20-30 mq. per locale – si apriva al piano superiore. A differenza delle dimore padronali, quelle coloniche erano prive di ogni tipo di comodità, a partire dal pavimento che nella maggior parte dei casi era in semplice terra battuta o in cotto. Alla casa principale erano prossimi la ghiacciaia (caneva), il torchio, le dispense, la lavanderia e il forno. Tra i rustici vi erano stalle, porcilaie, pollai, fienili, depositi e portici (cfr. M. Colombo, Le cascine di Milano: antiche testimonianze di un mondo contadino, in Storia di Milano – risorsa elettronica).
⁷ Archivio Storico Civico – d’ora in poi ASC – Fondo Piano Regolatore, Ornato Fabbriche, cart. 1578, anno 1907.
⁸ G. Crivellari, Carta storica topografica di Milano e dintorni, Stabilimento Gambi, Firenze, 1906 (ASC, Raccolta Cartografica, 6/16 b).
⁹ A proposito dell’origine di questo nome è ipotizzabile la presenza di un torchio di non specificabile utilizzo (che cosa vi si torchiava?). L’attuale via del Torchio in Milano, nella centrale zona del Carrobbio (vicina a via Lanzone) testimonia l’esistenza dell’antica Contrada del Torchio dell’Olio di cui si legge: «In quanto alla contrada del Torchio dell’Olio dirò che quivi esisteva appunto un torchio da olio, da cui assunse il nome» (Sonzogno 1848, p. 49). Inoltre: «Si dice che il nome venne alla via da un torchio da olio, il primo introdotto a Milano» (cfr. Brentani 1900, p. 127). Un interessante dato legato alla nocività dell’aria causata dalla produzione dell’olio di ravizzone ad Alessandria (che in epoca spagnola rientrava nei territori dello Stato di Milano), ma che può essere esteso in generale anche a tutte le zone dove vi era un torchio da olio, è un memoriale datato 4 settembre 1574 in cui i rappresentanti della città di Alessandria si lamentavano con il governatore dello Stato di Milano (Antonio de Guzman y Zuniga) perché da quando erano stati introdotti in città «torchii da olio che fano olio di ravizoni et altri olii; et da poi fatto detto olio abrusiano per far foco in detti torchii li panelli de detti ravizoni, quali fano grandissimo fumo et una puza eccessiva che li vicini non poleno habitare nelle case loro» (Archivio di Stato di Milano, Comuni, cart. 2) (cfr. scheda di G. Liva, Nocività dell’aria causata dalla produzione della produzione di olio ad Alessandria, in Bortolotti-Cereghini-Liva-Valori 1999, p. 135).
¹⁰ G.B. Clarici, Carta dei dintorni di Milano, 1682 (R.B., C.G. g. 5-24).
¹¹ Ricerche svolte sulla mappa manoscritta del primo rilievo del catasto Teresiano (1720-1723) conservato presso l’Archivio di Stato di Milano, Mappa originale del Comune censuario di Corpi Santi di Porta romana con Porta Vigentina, (Catasto Teresiano. Mappe originali primo rilievo, Corpi Santi di Porta Romana mappa originale, Archivio di Stato di Milano, coll. 1177, risorsa elettronica) non hanno portato all’individuazione né di una Cascina Cuccagna né di una Cascina Torchio nella zona in questione. A quel tempo il complesso, di cui faceva parte anche la Cascina Pregarella – quest’ultima invece segnata nel catasto Teresiano (1720-1723) – era di proprietà dei Padri Fatebenefratelli (Cfr. Monesi 2009, p. 6). Nel 1881 il terreno e le cascine furono cedute al signor Felice Galli (cfr. atto di vendita richiamato nel sito web della Cascina Cuccagna (www.cuccagna.org).
¹² F. Valmagini (editore/stampatore), Milano, 1850 ca. (R.B., Vol. EE 1, tav. 7).
¹³ Tipo rappresentante la nuova fronte da farsi alla Casa in Via Lodovico Muratori n° 43 e 45 di proprietà del Sig Felice Galli (ASC, Ornato Fabbriche, II serie, Cart. 91).
¹⁴ De Carlo 1998, pp. 423-424.
¹⁵ Comune di Milano 1986, scheda 27, pp. 134-136. Voce Cuccagna in De Carlo 1998, p. 423; Buzzi-Buzzi 2012, p. 121. Nei due testi è data erroneamente notizia della demolizione al 1920. Un breve resoconto dialettale della storia recente della cascina è leggibile in La Milano della memoria 2004, pp. 184-190.
¹⁶ Bertarelli-Monti 1927, p. 695.
¹⁷ Clarici 1682.
¹⁸ I nomi più comuni per le cascine venivano spesso riutilizzati, per cui è possibile rintracciare cascine dalla comune radice etimologica. Nel caso della Cascina Guzzafame, oltre ai molti esempi elencati, si può trovare anche la variazione Cuzzafame, individuabile già nel Seicento (Clarici 1682) nei pressi di Trezzano, poco distante dal Naviglio Grande, successivamente demolita o distrutta.
¹⁹ Vocabolario degli accademici della Crusca, 3ª Edizione (1691), Vol. II, p. 55; 4ª Edizione (1729-1738), Vol. I, pp. 102-103; 5ª Edizione (1863-1923), Vol. I pp. 327. Nel vocabolario del Cherubini si legge «Guzzà. Aguzzare. Inacuire – Guzzà l’apetitt, l’ingen, ecc.», (cfr. Cherubini 1978, p. 273). Voce presente anche nel Vocabolario Treccani online. ²⁰ Guzzafame sarebbe equiparabile a intitolazioni prediali quali Mancapane (in Valtellina, a Collecchio e a Genivolta, nei pressi di Cremona), Piangipane (Ravenna), Pamperduto (Torino e Novara) o Pampuro (Mantova), Mancalacqua (Verona), Mancasale (Reggio Emilia), Malegno (Cividate – Brescia), Malpaga (Milano, Brescia, Bergamo, Pavia), Poggio Povero (Lucignano), Poggio Mendico (Bibbiena e Arezzo) (Cfr. M. Vigliero, I Paesi del Pane-articolo online pubblicato il 20 luglio 2010 nel blog Placida Signora di Miti Vigliero). Si veda anche Olivieri 1931, p. 288. Aggiungiamo inoltre la frazione di Companatico dell’allora comune di Villavesco (nei pressi di Lodi), oggi non più esistente (cfr. Agnelli 1886, p. 88). Al contrario si può immaginare, a nostro avviso, un’accezione positiva («aguzzare l’appetito») per alludere a siti floridi e produttivi, dovuta forse alla presenza di osterie, una situazione comune attestata, ad esempio, anche all’interno della milanese Cascina Colombara dove sorgeva un frequentatissimo ristoro. Infatti la Guzzafame nei pressi di Figino e l’analoga nei pressi di Morivione erano così ubicate: la prima lungo un incrocio di strade campestri tra Cerchiate e Figino e la seconda sulla riva del canale Ticinello, luoghi di passaggio favorevoli a soste ristoratrici. In queste località è altresì ipotizzabile la presenza di forni per la produzione di pane non solo per i componenti della stessa cascina, ma anche per gli altri coloni delle zone limitrofe. ²¹ Brenna 1833. ²² Valmagini 1850 ca.
²³ Beruto 1884.
²⁴ Clarici 1682.
²⁵ Brenna 1833.
²⁶ Clarici 1682.
²⁷ Brenna 1833.
²⁸ A tal proposito si cita una notizia: «(…)risulta già segnalata sulla carta dei fieni del Clarici nel 1659. Nel catasto Teresiano del 1721 fa parte del Comune di Figino Pieve di Trenno; in quello successivo Lombardo-Veneto risulta censita con 10 abitanti. Poi di essa non si è saputo più niente, si sono perse le tracce, attualmente nessuno si ricorda più di questa cascina» (cfr. Bianchi-Bianchi 2006, pp. 85-86 e 99).
²⁹ Cfr. Lombardia Beni Culturali, scheda SIRBeC ARL-MI050-00043.
³⁰ Cascina di probabile origine settecentesca che agli inizi del XIX secolo assunse le attuali forme neocastellane (cfr. Lombardia Beni Culturali, schede SIRBeC ARL-1A060-00370). È esistito anche un comune che portava questo nome, dal 1757 aggregato a quello di Cavallara (Cremona).
³¹ Valmagini 1850 ca.
³² È stata ipotizzata l’appartenenza del complesso all’ordine degli Umiliati, soppressi da Pio V nel 1571 (cfr. Isnenghi 2000; Vozza 2009, pp. 67-68).
³³ Clarici 1682.
³⁴ Brenna 1833; Valmagini 1850 ca.; Vallardi 1886 ca.
³⁵ La Mancatutto è menzionata anche nella storia della vicina Senavra, antico ricovero per malati mentali di Milano (cfr. Gerosa Bricchetto 1966). Grazie a questo autore veniamo anche a sapere che nel 1848 la «Legione straniera (…) quando lasciava le posizioni si ritirava nei propri cascinali del Mancatutto, la Regalia e Castigliona, ed altre circostanti» (cfr. Ibidem, p. 148). Più oltre è riportata una breve descrizione del territorio «C’era a ponente dell’edificio – la Senavra – una lingua di terra che lo separava dalla strada comunale diretta a Calvairate ed al Mancatutto, la qual terra era ingombra di gelsi e di piante selvatiche» (Ibidem, p. 148).
³⁶ Crivellari 1906.
³⁷ A. Ferrari, Presso Calvairate, 1924-1932, grafite su carta (Civico Gabinetto dei Disegni, AG -993-K01). Prova dell’identificazione della cascina rappresentata proprio con la Mancatutto è l’indicazione del luogo, presso cui non vi erano altre cascine così ampie e rappresentative.
³⁸ Goldoni 1831, vol. 31, cap. XXX, p. 116. Oltre che luogo di ristoro e di piacevoli avventure, l’Osteria della Cazzuola, insieme ad altre, è ricordata anche come sede delle riunioni del Comitato dell’Olona capeggiato da Gian Battista Carta che, nell’estate del 1851, dirigeva le mosse contro i dominatori austriaci, provocando il celeberrimo episodio dell’arresto di Amatore Sciesa e del «Tiremm Innanzi!» (cfr. Marchetti 1996, p. 518).
³⁹ Brenna 1833; Valmagini 1850 ca. Sul tema delle cascine presso cui sorgevano osterie o mescite di ³⁹ Brenna 1833; Valmagini 1850 ca. Sul tema delle cascine presso cui sorgevano osterie o mescite di vino si tenga presente che a Milano era abitudine bere vino in tutte le contrade, in tutti gli angoli, in tutto il circondario. Ad esempio nel territorio di Lambrate, negli anni Venti del ‘900, i locali in cui si bevevano e vendevano vino e liquori sarebbero stati circa sessanta (cfr. Bellavita 1993, p. 121).
⁴⁰ Beruto 1884; Vallardi 1886 ca.
⁴¹ Crivellari 1906.
⁴² A. Ferrari, Alla Cazzuola, (1924-1932), Civico Gabinetto dei Disegni (AG-862-K01).
⁴³ A. Fermini (Milano, 1811-1883), Antica Osteria della Cazzuola fuori Porta Vittoria, 1840-1850, olio su tela, Civiche Raccolte Storiche-Palazzo Morando – d’ora in poi P.M – P.V. pp. 54-82; Osteria alla Cazzuola, acquerello (P.M., Albo F 33 tav. 40).
⁴⁴ L’opera fu donata da Ettore ed Elena dell’Oro in memoria di Ezio dell’Oro, collezionista ed appassionato cultore di storia e di vita milanese († 20-7-1987) (cfr. Salsi 1989-1990, p. 18).
⁴⁵ Una celebre testimonianza iconografica della cascina è l’incisione di Francesco Bellemo su disegno di Gasparo Galliari e Giovanni Battista Bellemo: Milano. Cascina de’ Pomm, 1808, acquaforte (R.B., Albo H 22, tav. 1). Notizie sull’ospitalità di questo luogo, celebrato per una famosa osteria molto frequentata da chi andava o tornava da Monza prima che fosse costruito l’omonimo grande viale di collegamento con Milano, si ritrovano in Cima 1955, pp. 217-218.
⁴⁶ Bertarelli, Monti, 1927 pp. 695. Cfr. anche Storia di Milano.
⁴⁷ Cazzuù. Méstola. Cazza. Strumento di cucina che si adopera a mestare e tramenare le vivande che si cuocono o le cotte, a scodellare le zuppe, ecc. Voce in Cherubini 1978. p. 271.
⁴⁸ De Cesare 1880, p. 47.
⁴⁹ Scrive infatti Jacini: «(…) la cascina Belcazule, presso Milano, di cui sono proprietari e conduttori i fratelli Guzzelloni, ha una bergamina di 100 vacche e l’estensione di 41 ettari circa». Secondo osservatori stranieri del tempo era incredibile che sopra un così piccolo spazio si potesse alimentare con il foraggio tanto bestiame da latte. Ma, rimarcava Jacini, una simile produzione di erba non si era mai raggiunta in nessun luogo al mondo grazie alle particolari caratteristiche del territorio (cfr. Jacini 1883, pp. 284-285).
⁵⁰ I citati autori ricordano altresì il deprecabile stato del luogo, la sozzura indescrivibile della stalla, attrezzi primitivi e via dicendo, una condizione che contrasta con l’ameno appellativo. ⁵¹ In particolare si veda il soggetto dal titolo Il Mezzo Giorno, inciso da Luigi Rados, da un’invenzione di Felice Gamberai (1830-1831) (RB, Popolari Profane m. 8-13).


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