Per questo nostro dodicesimo e ultimo itinerario nel sud della Milano del 1865 ci muoveremo partendo dal Borgo della Ripa, ossia da quelle case che si trovavano (e molte delle quali si trovano ancora) in Ripa di Porta Ticinese e Alzaia Naviglio Grande nei pressi della Darsena: in particolare, iniziamo seguendo la già citata roggia Boniforti che, provenendo un tempo dalla roggia Lavandai (omonimo vicolo) proseguiva costeggiando la via Argelati, prendendo appunto il nome di roggia Boniforti. Sulla via si affacciano ancora oggi parecchie case dotate di un ponticello per potervi accedere scavalcando il corso d’acqua.

La via dopo un po’ si separava dalla roggia (che andava a lambire la già citata cascina Magolfa) e giungeva a Cascina Stampa e poi a Cascina Stampetta (tuttora conservata al civico 29 di via Argelati), indi attraversava i campi: sulla sinistra, un sentiero conduceva al Mulino Traversera (oggi trasformato in condominio ma tuttora visibile in via Crollalanza), che prendeva acqua dalla citata Boniforti, la quale in quel luogo generava un laghetto detto il Sassée, dove i bambini andavano a fare il bagno d’estate. Procedendo invece sulla via Argelati, poco più avanti, sulla sinistra, un sentiero ci avrebbe condotto a cascina Ranza, che sorgeva in via Filargo 16, ove ora sorge lo IULM: qui iniziava la Barona. Questa cascina rivestiva un’enorme importanza dal punto di vista archeologico in quanto nei suoi pressi, durante uno scavo per una cava d’argilla nel 1887-88 vennero trovati reperti risalenti all’età del bronzo (“arredi in bronzo di una tomba a incinerazione con pezzi ornali ed eclogite votiva”, datati tra il 1625-1525 a.C. e il 1475-1400 a.C.) che vennero in parte dispersi, in parte recuperati dall’archeologo Pompeo Castelfranco, grazie al quale alcuni sono tuttora conservati al Castello Sforzesco: era il sito archeologico più antico di Milano. Negli anni ‘80 si poteva ancora accedere al locale pubblico che era nella cascina, mentre il luogo del ritrovamento, indicato come “Ripostiglio della Cascina Ranza”, era ancora visibile; purtroppo in seguito andò tutto perso: forse, come suggerisce Stefano Tosi, si potrebbe almeno dare un’indicazione cartellonistica del luogo di ritrovamento dei reperti.

Subito dopo, un sentiero sulla destra ci avrebbe portato alla Cascina Maggiore, tuttora visibile in via Schievano 12: essa era nota anche come Cascina Monastero Maggiore, per ricordare la sua originaria appartenenza all’istituzione ecclesiastica: ora ospita uno studio di architettura.
Poche centinaia di metri più avanti ci saremmo trovati nel centro del borgo della Barona, e giunti su un incrocio la strada sulla destra ci avrebbe condotti allo scomparso Molino Blondelli, che sorgeva sulla roggia Carlesca, una delle più importanti della zona sud, mentre prendendo a sinistra, e passando davanti al cimitero del borgo, saremmo giunti alla chiesa (quella odierna è l’ampliamento tardo-ottocentesco della chiesa costruita nel XVI secolo, che a sua volta aveva sostituito una chiesina del XIV secolo e che funse da parrocchiale dal 1567) con le vicine cascinette, tuttora visibili sulla sinistra della chiesa.

Il centro rurale però ci avrebbe atteso pochi metri più avanti, oltre la chiesa, sulla odierna via Zumbini, ed era costituito primariamente da due cascine: la grande cascina Barona e la cascina San Bernardo. Di queste, la prima è stata abbattuta un paio di anni fa per essere sostituita da un complesso residenziale (ora in costruzione), mentre la seconda è tuttora visibile, seppure degradata, in via Binda: per giungervi, oggi come allora, occorre svoltare a destra alla fine di cascina Barona e poi a sinistra in una strada senza uscita. Svoltando a sinistra, invece, e costeggiando il lato ovest della cascina Barona (attuale via Biella), saremmo andati al borgo rurale di Boffalora (omonimo di quello sullo Strettone) e indi alle cascine Battivacco e Colomberotto, tuttora immerse tra le risaie dell’omonimo Parco.

Riprendendo la strada per cascina San Bernardo (odierne vie Binda e, proseguendo, Pestalozzi), saremmo arrivati al Naviglio Grande trovandoci di fronte a San Cristoforo, raggiungibile grazie al bel ponte in ferro che tuttora scavalca il corso d’acqua, lungo il quale, pochi metri più avanti, tra le cascine avremmo trovato il borgo di Rottole (omonimo di quello sito vicino a Crescenzago) ove in seguito sarebbero sorte grandi industrie, tra la via Morimondo e il Naviglio. Dell’antico borgo si conservano due edifici: il primo è la cascina Rosati, al civico 9 di via Morimondo, che nasconde al suo interno l’antica corte d’onore di una casa padronale tardo-cinquecentesca, con una sobria loggia a due archi e un sontuoso portale seicentesco.

L’altro edificio si trova tra via Morimondo 26 e via Lodovico il Moro 25 ed ha le tipiche fattezze degli edifici austriaci, con tanto di timpano in corrispondenza del portale d’ingresso, che si affaccia sul Naviglio Grande; dotato di pianta a C, le due ali, verso l’interno, disegnano un gradevole cortile aperto verso il fondo: oggi ospita alcune aziende di servizi.

Per chiudere questa serie di itinerari dedichiamo alcune righe al ben noto borgo di San Cristoforo: passeggiare lungo il Naviglio sull’alzaia consente di godere delle case della riva di fronte (via Lodovico il Moro), anch’esse anticamente appartenenti al borgo, mentre percorrere via Pesto fa giungere ad un casello ferroviario (ora murato) e ad un passaggio a livello dove un binario singolo attraversa la strada (una rarità per Milano). L’attrattiva maggiore però, nota anche ai turisti, è senz’altro l’edifico sacro: esso è costituito da due chiese affiancate e costruite in tempi diversi, dette Chiesa Romanica e Cappella Ducale. All’interno ognuna delle due ha una decorazione di affreschi degna di nota: luineschi nella chiesa romanica e quattrocenteschi nella cappella ducale.
Testo e foto di Riccardo Tammaro, di Fondazione Milano Policroma e ABM, Associazione Antichi Borghi Milanesi



