SOMMARIO Lo scrittore nel 1955 scopre che le formelle dipinte dal Cerano poco più che ventenne a Santa Maria Assunta del Vigentino, agli esordi della sua carriera, raffiguranti i celebri Misteri del Rosario, sono in anni successivi servite da modello per altri dipinti di grandi dimensioni realizzati in altri luoghi. Caratteristica del Cerano, quasi coetaneo del Caravaggio, sostiene Testori, “è la carriera tessuta tutta su una trama continua di annunci e di riprese”. In questo articolo vediamo quali dipinti del Vigentino sono diventati altri capolavori. Lo studioso conclude che il Cerano non ha tutta l’attenzione che merita
testo di Alberto Magnani – Ricerca fotografica di Roberto Visigalli
Giovanni Testori in visita al Vigentino. Accadde nel 1955, quando l’intellettuale poliedrico, nato nel 1923, aveva 32 anni. Ne tratta lui stesso in uno scritto (di non facile lettura) apparso nella prestigiosa rivista “Paragone”, G. Testori, Inediti del Cerano Giovine, in “Paragone Arte” n, 67, luglio 1955, pp.13- 21), ritrovato da Claudio Salsi.

Giovanni Testori è stato grande come scrittore, drammaturgo, critico d’arte e pittore, una delle maggiori figure intellettuali e artistiche del secondo Novecento, definito da Alberto Arbasino “uno dei nipotini dell’Ingegnere” (alias lo scrittore Carlo Emilio Gadda), titolo riservato a Testori, a se stesso e a Pier Paolo Pasolini per il plurilinguismo (anche dialettale ma non solo) dei loro personaggi, in genere “trovati” nelle aree periferiche di grandi città come Milano e Roma. Nel saggio menzionato, Testori presenta un’analisi critica di alcune opere di Giovan Battista Crespi, detto il Cerano che, come noto, ha lavorato anche nella chiesa del Vigentino. Testori ha “scovato” tutti i suoi personaggi, romanzati o teatrali, in periferia, in particolare alla Bovisa, dove tra l’altro ha ambientato diverse delle sue storie, riprese in particolare da Luchino Visconti in Rocco e i suoi fratelli, celeberrimo film del 1960. Il Vigentino non ha ispirato grandi autori, ma questo contributo del Testori potenzia l’importanza artistica di questa chiesa periferica, la principale attrazione dell’ex comune aggregato a Milano nel 1923.
L’articolo, mettendo in luce le sfumature del linguaggio del Cerano e il relativo contesto storico-culturale, si concentra su varie prove giovanili del maestro nativo di Cerano, che saranno poi riferimento per altri artisti, oltre a essere riprese per proprie composizioni seicentesche. Appunto alcune di queste bellissime opere giovanili si possono ammirare presso la chiesa sussidiaria di S. Maria Assunta nel Vigentino.
Incerti sono data e luogo di nascita di Giovan Battista Crespi. Secondo il Torre nacque intorno al 1567 e secondo altre fonti proveniva proprio da Cerano, nel Novarese, da cui avrebbe preso il nome. Il Maestro, ai tempi, poteva definirsi “cittadino milanese”, in quanto quel borgo apparteneva al ducato di Milano.
Cerano iniziò a dipingere giovanissimo nella bottega del padre Raffaele, anch’egli pittore: ci concentreremo proprio sulle opere del “Cerano Giovine”, che poco più che ventenne lasciò un’impronta fondamentale nella chiesa del Vigentino. Testori, nell’estate 1955 commentando un’importante mostra tenutasi a Palazzo Madama di Torino, auspicò una nuova e più ampia rassegna a Milano che documentasse le influenze artistiche del Cerano. In particolare, c’è la figura di Gaudenzio Ferrari, protagonista di spicco della tradizione pittorica cinquecentesca sviluppatasi tra Lombardia e Piemonte, ma anche il ticinese Pellegrino Tibaldi, erede di un manierismo di ascendenza romana, Rosso Fiorentino, Alonso Berruguete per finire con Jacopo Bassano e Tintoretto.
L’indagine dello scrittore si concentra sui dipinti dei Misteri del Rosario presenti nella chiesa di Santa Maria Assunta del Vigentino, che fa risalire a ben prima del periodo solitamente indicato (1602), e cioè probabilmente verso il 1590. Qui si conservano le tavolette ottagonali poste a corona dell’ancona originariamente dipinta e completata per il Monastero del Castellazzo e ora non più presente; un complesso tutto raccolto nella cappella del Rosario.
Il Testori illumina così sulla maniera del Cerano e della sua attitudine a tornare sugli stessi temi: “…si vedrà come essa tende, via, via, a trasformarsi da disperatamente psicologica in deliberatamente allusiva e, quasi, emblematica. Che è il senso appunto della carriera del Cerano: carriera tessuta tutta su una trama continua di annunci e di riprese”. In altri termini, Testori indica un’evoluzione del Cerano che da inizialmente emozionale si fa progressivamente più evocativa e suggestiva.
E prosegue così: “…Per restare con la nostra ancona nel Vigentino, in una tavoletta dei Misteri del Rosario, quella gloriosa della ‘Resurrezione (fig.1) ecco l’idea prima e di timbro ancor fiorentino-tibaldiano, che si realizzerà in pienezza solo nel 1625, con la ‘Pala’ di S. Vittore in Meda” (fig.1a).

Dove nelle due opere accomunate dalla figura del Risorto emerge tipico il pensiero di “involgere il corpo di Cristo nel manto che si fa nell’un tempo protezione e prigione”.
Prosegue Testori; “…Il tema del Cristo che sollevandosi dal sepolcro tenta di liberarsi dallo stendardo che invece ancor più lo imprigiona, raggiunge una prima, convinta affermazione plastica, anche perché vi corrisponde quello analogo cui sono costrette le figure dei soldati”.

La testa poi della guardia che, per un gioco prospettico logicamente insostenibile, appare sul fondo in basso, è già “soffio di spire, michelangiolismo disintegrato dai trapassi tibaldiani, spasimo incontrollato, di cui si riempiranno, via via, le tele del Cerano, a cominciare da quel capolavoro che è la ‘Messa di S. Gregorio’ in S. Vittore a Varese (circa 1602)…”.
Da semplice ed emozionale l’opera giovanile diventa poi evocativa e suggestiva.
Secondo Testori il Cerano subisce l’influenza di molti autori lombardi, romani e veneti, ma non si ferma qui, li rielabora in un linguaggio omogeneo e personale, evolvendosi nel tempo e rileva che alcune sue opere non trovano sempre il risalto che meritano (una mostra sul Cerano si tenne a Novara nel 1964).
Giovanni Testori paragona poi due gruppi di opere giovanili di soggetto simile: ‘L’Annunciazione’ (dipinta tra il 1590 e il 1595) e ‘La Visitazione’ (del 1606) costituiti da due tempere poste nella sacrestia di S. Maria presso San Celso (figg.2-2a) e il secondo gruppo appartenente ai ‘Misteri Gaudiosi’ allestiti nella chiesa del Vigentino (figg.3-3a). La sintesi di Testori: “Poiché tutto induce a ritenere che i due gruppi, quello di S. Maria presso S. Celso e quello dell’Assunta del Vigentino, si distanzino di pochissimo tempo, un anno o due al massimo, ci si offre qui la possibilità di cogliere nella fase iniziale, e per giunta su uno stesso tema, la duplice vocazione del Cerano, quella della poesia ‘privata’, su cui più premettero le sollecitazioni delle ‘maniere’ cinquecentesche, e quella della poesia ‘corale’, su cui più premette la tradizione gaudenziana; duplice vocazione che se di sovente procederà divisa, di tanto in tanto si unirà a creare le opere più alte e nella loro folta complessità, più umanamente laceranti”. E prosegue: “E si sa che il Cerano, tra il ‘90 e il ‘95, con queste opere è appena agli inizi: le dipendenze continueranno ancora per qualche anno, così come i riporti e i ricuperi.”


E veniamo alle opere del “Cerano Giovine” considerate più importanti dal Testori, sempre presenti nella chiesa dell’Assunta al Vigentino: “Quale doveva essere in origine il ciclo, di cui pubblichiamo qui i particolari di miglior conservazione, non è difficile immaginare: un’ancona centrale a tre scomparti e tutt’attorno, a far corona, le tavolette dei ‘Misteri” (fig.4). Difficile invece provare se il simulacro centrale, cui pure si dovevano rivolgere i santi Domenico e Carlo (figg.5-6), simulacro che venne sostituito nel Settecento con una scultura in legno, “fosse anch’esso una pittura ovvero una scultura”.
L’analisi artistica del Testori evidenzia la grande qualità dell’opera; “…partiamo pure dagli scomparti maggiori, quelli coi santi Domenico e Carlo: e notiamo subito come la temperatura figurativa vi sia altissima: dal ramo di gigli in S. Domenico, cavato come da una colata di cera, al viso ombrato di acidità rosa e violette, dal contrasto del manto sul bianco della veste, ai particolari lavorati con gusto sottile e nervoso, del rosario della medaglia e del piccolo cranio, amuleti, si direbbe, più che oggetti di meditazione. Dal pastorale, nel Borromeo, che sarebbe pezzo di fermezza ancor cinquecentesca ove la luce, gocciando, non ne minacciasse le solidità, alla mano incerta se benedire o carezzar il gran vuoto, che invano la cotta cerca d’occupare; dalla ‘natura morta’ studiosa, ma bellissima, di sinistra, alla testa del Santo”.
Lo storico dell’arte avanza poi l’ipotesi che il Cerano, contemporaneo e conterraneo di San Carlo, abbia potuto conoscerlo di persona: “…ma, in essa (la pala dell’ancona) la disperata volontà fisionomica induce anche ad altro. Infatti vien da pensare che il Cerano l’avesse lavorata inseguendo la memoria d’una persona ben conosciuta! E’ comunque evidente che qui siamo davanti a uno dei primi ‘ritratti’ del Borromeo da porre vicino, almeno mentalmente, a quelli eseguiti, con ogni probabilità, dal Meda e dal Figino, quest’ultimo, ritrattista ai suoi tempi assai celebrato”. “Ma a potersi misurare con l’immagine del Borromeo, è anche il senso di tutta la carriera del Crespi: infatti appena la si segua nelle sue variazioni, da questa, precocissima, al ‘Compianto sul corpo di Cristo’, della chiesa di S. Stefano a una terza, di anni più maturi, quale la pala di S. Gottardo (circa 1612)”.
Il Cerano ebbe infatti un fortissimo e stretto legame per tutta la vita con la famiglia dei Borromeo: la conoscenza diretta di San Carlo nei luoghi di origine, il seguire nei suoi viaggi romani il Cardinale Federico eseguendo poi molte grandi opere da lui commissionate – alcune esposte in Duomo; inoltre, il maestro disegnerà la grande statua del “San Carlone” ad Arona, ed al Santo sarà dedicato il grande progetto del Sacro Monte che verrà solo in minima parte completato.
Il Crespi morì a Milano nel 1632, dove oggi è sepolto in S. Maria dei Miracoli presso San Celso.
Un ringraziamento a Claudio Salsi per la cortese segnalazione.

