La scuola distrutta dalla pioggia di bombe del 20 ottobre1944 era stata costruita dal comune di Gorla, il cui municipio (villa Singer) era di fronte, a meno di dieci metri. Quest’ultimo si è salvato dalla distruzione ed è ancora esistente. Oltre Gorla, furono distrutti altri tre ex comuni: Precotto, Turro e Prato Centenaro. Ecco una rievocazione di quella giornata attraverso il memorandum di Gianni Banfi, che quel giorno aveva sette anni
Gianni Banfi, aveva sette anni e mezzo quando il 20 ottobre 1944, furono rasi al suolo dalle bombe degli aerei anglo-americani diversi borghi della zona Martesana. Furono colpiti, causando oltre 600 morti, Gorla, Precotto, Turro, Prato Centenaro. Dell’ultimo, non è rimato nemmeno un palo, anche perché la ricostruzione ha dato una mano nell’azzerare tutto di questo borgo millenario. Gianni ha lasciato la sua importante testimonianza oculare, di fanciullo che non aveva ancora raggiunto gli otto anni, scrivendo un memoriale di cui riassumiamo qui il contenuto.
Frequentava la terza elementare di Prato Centenaro, ex frazione di Greco (area viale Zara-Testi) perché quella di Greco era occupata dai militari tedeschi. Tra i suoi ricordi di quella giornata, Gianni rievoca in particolare la strage di Gorla; qui i bombardieri alleati colpirono tragicamente la scuola elementare “Francesco Crispi” uccidendo 187 bambini, oltre a maestri e bidelli, in totale 205 persone. Attraverso una narrazione carica di emozione, l’autore descrive il passaggio repentino dalla serenità di una mattina autunnale al terrore delle sirene e al fragore delle esplosioni. Il racconto si sofferma sul dolore delle famiglie, impossibile da misurare e sulle difficili operazioni di recupero tra le macerie, offrendo un elenco dettagliato dei nomi e dell’età dei “Piccoli Martiri”. Il “memoriale Banfi” riporta testimonianze dirette dei sopravvissuti che descrivono scenari apocalittici di distruzione urbana, con tram rovesciati e palazzi sventrati lungo viale Monza.

Il saggio dichiara in apertura di essere tratto dall’opera “GRECO TRA NAVIGLIO E FERROVIE”, sempre di Gianni Banfi, del 2023. L‘autore si rivolge direttamente ai “Piccoli Martiri” rivelando di essere stato un loro coetaneo e “compagno”, che ha avuto la fortuna di frequentare un’altra scuola e salvarsi, evitando così di trovarsi nell’edificio “Francesco Crispi” al momento dell’esplosione, condividendo però con loro gli stessi luoghi e giochi d’infanzia. Il documento include anche testimonianze raccolte nel libro “Bombe sulla città” di Achille Restelli, citato come fonte per le voci dei genitori.
Il legame di Gianni con Gorla e con le vittime del bombardamento è intimo e personale, radicato nella sua infanzia vissuta nello stesso quartiere. Prima della tragedia, Banfi aveva condiviso con i “Piccoli Martiri” gli spazi vitali dell’infanzia: il cortile, il prato, l’oratorio e i giochi. Il bombardamento della scuola di Gorla del 20 ottobre 1944 si delineò come un evento improvviso e devastante, la cui tragica fatalità fu determinata da una drammatica combinazione di tempi e dinamiche d’impatto. La mattina del 20 ottobre era iniziata come una giornata serena e soleggiata. Poco dopo le 11:00, la quiete fu interrotta dall’ululato delle sirene antiaeree. A differenza di altre incursioni, il rombo degli aerei – descritto come un “brontolio lontano di temporale” che aumentava ossessivamente d’intensità – fece subito intuire alla popolazione che si trattava di qualcosa di “diverso e terribile” che stava per abbattersi proprio sopra le loro teste. Al primo suono delle sirene, come da prassi, le classi iniziarono a scendere verso le cantine-rifugio in modo disciplinato. Mentre nelle scuole vicine (come a Prato, Turro e Precotto) gli alunni riuscirono a raggiungere la sicurezza delle cantine, a Gorla la bomba colpì l’edificio mentre i bambini si trovavano ancora sulle scale.
L’ordigno trapassò i muri e concluse il suo itinerario con uno scoppio devastante all’interno della struttura, cogliendo la scolaresca nel punto più vulnerabile e trasformando la scuola in una tomba. Da notare la specifica sfortuna di Gorla attraverso un tragico confronto con la scuola di Precotto, anch’essa colpita. A Precotto, la bomba esplose prima di arrivare in fondo; i ragazzi erano già nelle cantine e rimasero sepolti, ma non furono investiti direttamente dall’esplosione come avvenne invece a Gorla.
Le fonti indicano esplicitamente che gli esecutori materiali del bombardamento furono gli aerei anglo-americani (“inglesi ed americani”), definiti successivamente “liberatori” dalla popolazione, creando un paradosso emotivo tra il dolore per il massacro e la gioia per la liberazione avvenuta mesi dopo.
Le case colpite vennero sventrate, con i piani crollati l’uno sull’altro in un unico ammasso, mentre quelle rimaste in piedi presentavano facciate “butterate” da schegge e detriti. Immediatamente dopo il raid, la zona fu invasa da polvere e fumo che toglievano il respiro. Genitori disperati scavarono con le mani tra le macerie della scuola, estraendo purtroppo, nella maggior parte dei casi, solo cadaveri lacerati o irriconoscibili.

Dopo i funerali, molte madri si chiusero in un mondo irreale, avvolte in manti neri, simili a “statue di sale” sciolte solo dalle lacrime. La loro vita intraprese un nuovo itinerario fatto di lutto quotidiano, durato fino alla loro morte. Un aspetto della reazione dei genitori fu il senso di colpa per decisioni apparentemente banali prese quella mattina. Una madre si tormentava per aver mandato a scuola il figlio che non si sentiva bene, sentendosi responsabile dell’accaduto. Un’altra, Gina Fiorentini, ricordava con angoscia di aver cucito l’orlo del grembiule del figlio sulla porta di casa, perseguitata dal detto “chi cuce indosso va nel fosso”. Anche a distanza di decenni, alcuni genitori mantenevano un colloquio intimo con i bambini perduti. Anna Bassis Ferrè, ad esempio, raccontò di ritrovarsi spesso a parlare con la sua “adorata bambina” anche dopo aver avuto altri figli.

