Pala d’altare, raffigura il Santo in età giovane, nudo sotto una corta pelle di cammello. La storia dell’opera è strana e intrigante: dipinta da un grande maestro del Rinascimento, scompare dall’abbazia di Garegnano mentre fra i certosini lavoravano i maggiori artisti del secolo, per poi riapparire in un’abbazia inglese nel 1905. Il quadro viene messo all’asta nel 2020 per fronteggiare spese processuali dovute ad accuse di pedofilia; è acquistato da una galleria d’arte di via della Spiga, indi acquistato dal Comune di Milano per la pinacoteca del castello. Restano aperti diversi misteri.

di Roberto Gariboldi
Capita alle volte che anche le opere d’arte, che abitualmente pensiamo stabili nel loro luogo d’origine, abbiano una vita complessa e movimentata. La tavola che raffigura san Giovanni Battista di Bernardo Zenale, che ora si trova nella pinacoteca del Castello Sforzesco, dopo una lontananza da Milano lunga quattro o cinque secoli, è una di queste (1).
Il 29 aprile 2020 la famosa casa d’aste inglese Sotheby’s mette all’incanto una tavola lignea della misura di cm 156 x 89 raffigurane appunto san Giovanni Battista in piedi con uno sfondo paesaggistico. Attribuita a Bernardo Zenale, l’opera viene acquistata dagli antiquari Robilant+Voena con “bottega” a Milano in via della Spiga 1. Il santo precursore è raffigurato canonicamente rivestito con la pelle di cammello, magro, scarmigliato, che indica a chi guarda l’agnello mistico, prefigurazione di Cristo crocifisso, raffigurato sul suo bastone, dal quale parte anche un nastro con la scritta in latino: “Ecce agnus Dei qui tollit peccata mundi”, sullo sfondo, come detto, un quieto paesaggio lombardo.
Un tempo la tavola era sicuramente inserita in una cornice lignea architettonica, come abitualmente si usava per le pale d’altare. Zenale spesso collaborava con la bottega dei famosi fratelli intagliatori lombardi Giovanni Pietro e Giovanni Ambrogio De Donati, è quindi possibile che la persa cornice fosse opera di questi straordinari intagliatori. La storia di questa opera d’arte è stata magistralmente ricostruita dalla ricercatrice Stefania Buganza, docente di storia dell’arte medioevale all’Università Cattolica di Milano, grazie a uno studio approfondito su diversi documenti archivistici inediti. L’avventura del san Giovanni Battista comincia intorno ai primi anni del XVI secolo, grazie a una committenza dei monaci certosini di Garegnano, che volevano dotare la cappella dedicata ai santi Antonio abate e san Giovanni Battista di una adeguata pala d’altare. Utile ricordare come uno dei nomi di questa certosa era appunto quella dell’Agnus Dei, così come viene denominata in diversi documenti.
La scelta cadde su Bernardo Zenale, pittore di origine trevigliese, ampiamente affermato nel panorama degli artisti lombardi. Questa scelta rientra nel criterio più volte adottato dai certosini di rivolgersi ad artisti che hanno operato nell’altra certosa lombarda, cioè a Pavia. Infatti, qualche anno prima, Bernardo Zenale aveva già operato, assieme a Iacopino de Mottis e il Bergognone, presso questa certosa realizzando alcuni affreschi. Scambiarsi gli artisti fra le due certose lombarde era abbastanza comune, succede ancora con Daniele Crespi, per gli affreschi sulla vita di san Bruno, negli anni venti del XVII secolo e con Tomaso Orsolino, per la realizzazione di alcune statue e del pavimento della Certosa di Milano, negli anni cinquanta dello stesso secolo.

Sempre all’inizio del XVI secolo, nella volta della sala capitolare della Certosa di Milano, viene realizzato un san Michele Arcangelo che schiaccia il demonio (vedi foto), attribuito allo Zenale o alla sua bottega; quest’opera è stata riportata alla luce durante i restauri del 1999, effettuati in occasione del Giubileo del 2000, prima erano nascosti da un affresco opera di Biagio Bellotti realizzati intorno alla metà del ‘700.
A partire dalla metà del 1500 i monaci certosini promossero una grande ristrutturazione del monastero affidando l’opera all’architetto Vincenzo Seregni: l’antico monastero trecentesco scomparve, assumendo le attuali forme manieriste. Anche la geografia delle cappelle interne della chiesa vennero modificate, assumendo nuove dedicazioni. Così la cappella dei santi Antonio abate e Giovanni Battista divenne dedicata solamente al santo anacoreta Antonio abate e affrescata di nuovo con episodi della sua vita. E’ possibile che il quadro dello Zenale fu spostato in attesa di una sistemazione più adatta. A questo punto si perdono le tracce della pala dello Zenale. Allo stato attuale degli studi non siamo in grado di dire se i monaci abbiano alienato l’opera, oppure se sia stata dispersa (o addirittura derubata e venduta sottobanco) in occasione della soppressione dei monasteri decisa dall’imperatore austriaco Giuseppe II nel 1782.

L’opera ricompare in Inghilterra nell’abbazia inglese di Downside. Sappiamo che l’opera dello Zenale è stata donata all’abbazia inglese nel 1905 da sir Henry Hoyle Howarth o Howorth; nell’ottobre del 1905 il donatore, importante figura di politico e uomo di cultura dai vasti interessi nel campo antiquariale e storico, scrive due lettere a questo riguardo, che sono state pubblicate, anni dopo la donazione, dalla rivista della Downside Abbey: l’estensore della nota, anonimo, ricorda che era sua intenzione dare evidenza alla donazione sin dal 1905, ma l’allora abate Ford perse le lettere di Howarth, ritrovate solo nel 1933 e quindi in tale anno pubblicate.

Henry Howarth scrive queste due lettere a Everard Green, la prima è datata 16 ottobre annuncia che la tavola è appesa nella hall dell’abbazia e che l’opera è attribuita all’artista veneto Lazzaro Bastiani; la seconda lettera, del 23 ottobre dello stesso 1905, chiarisce che la cattedrale di cui Howarth scrive nella precedente missiva è la grande chiesa della Downside Abbey. L’opera ricompare, restaurata e giustamente attribuita allo Zenale solo nel 2020 per essere messa in vendita all’asta e acquistata dagli antiquari milanesi e poi confluita nelle raccolte civiche del Castello Sforzesco (2).
Così un’opera pensata e commissionata dai monaci certosini milanesi agli inizi del ‘500 è tornata, dopo tanto tempo, a respirare l’aria di casa sua e noi possiamo aggiungere un tassello importante alla storia e all’arte di questo importante monumento cittadino.
Nota extra: perché e a quanto l’abbazia vendette il quadro

(R. S. M.) La pala d’altare di Zenale è stata messa all’asta nel 2020, insieme ad altri dipinti rinascimentali dell’abbazia benedettina inglese, tramite Sotheby’s Londra, per sostenere i costi legali al processo che vide alcuni monaci accusati di pesanti molestie pedofile in base a denunce degli ex alunni. Dalla vendita all’asta, l’abbazia ha ricavato 463mila sterline, pari a 532mila Euro; il pezzo di maggiore valore era il San Giovanni dello Zenale, aggiudicato per 225mila sterline (258mila Euro) alla galleria di via della Spiga, da questa rivenduto al Comune di Milano presumibilmente per una somma vicina ai 500mila Euro (la somma reale è rimasta riservata). La scuola, la cui retta costava 11mila sterline al trimetre per allievo, è stata comunque chiusa per scarsità di alunni. Fonti: vedi QUI e soprattutto l’articolo di Tre Telegraph del 15 maggio 2020 QUI
Note
(1) Riguardo Bernardo o Bernardino Zenale, uno dei massimi artisti della scuola lombarda, vedere QUI la sintesi biografica di Wikipedia, fatta piuttosto bene.
(2) Fonte del presente articolo: Bernardo Zenale, il San Giovanni ritrovato, Galleria Robilant+Voena, 24 novembre 2021 – 28 gennaio 2022, a cura di Stefania Buganza e Marco Voena. in particolare il capitolo Il San Giovanni ritrovato, pp. 32-51.

