La chiesa, la canonica e il prezioso dipinto tardo manierista di cui è autore Daniele Crespi, sono stati tolti di mezzo dall’antico comune di Cassina Triulza tra gli anni 80 o 90. E’ la fine che rischiano di fare tutti i beni situati in periferia non vincolati dalla Soprintendenza. La ditta che ha eseguito i lavori di ristrutturazione ha fatto il possibile per recuperare quanto sopravvissuto, documentando le varie trasformazioni, spesso irrispettose del monumento. Due fotografie d’epoca fanno comprendere che cosa si è perso

Èpassata inosservata la ristrutturazione di un antico comune dell’area milanese, avvenuta in occasione dell’expo 2015. Cassina Triulza, ha rappresentato uno degli episodi più significativi dell’evento, almeno da un punto di vista rigenerativo. Sebbene per un lungo periodo se ne sia persa quasi completamente la memoria, il complesso rurale è segnalato nelle mappe fin dal XVI secolo. Occorre ricordare che cassina è l’antico nome lombardo di cascina, che invece viene dal toscano e da qui diffuso tramite la lingua italiana. Fatto non inconsueto, Cassina Triulza disponeva di una chiesa e di una canonica per alloggiare il parroco e aveva acquisito lo status di comune. Infatti, simili complessi rurali potevano costituire comune, con un sindaco e/o un podestà o eletto dai capifamiglia o di diretta nomina centrale. Cassine o cascine sono de facto borghi organizzati all’interno di un’azienda agricola, una fattoria, dove il padrone fungeva spesso da sindaco e la sua casa da municipio.

Nel 1579 la presenza della cascina Triulza era segnalata nella Carta dei dintorni di Milano disegnata dal cartografo ducale Giovanni Battista Clarici (1542-1602). I monaci della non lontana Certosa di Garegnano, con un certo coraggio, occorre dire, costruirono il primo nucleo della cascina Triulza all’interno, se non addirittura in mezzo, o vicinissimo al Bosco della Merlata, da tempo immemore rifugio di bande di briganti, rapinatori e assassini. I certosini dotarono la cassina di una chiesa, la cui pala d’altare è un dipinto di Daniele Crespi (1597 o 1530-1930), un maestro della scuola tardo manierista lombarda, il pittore forse più vicino a Federico Borromeo, il cardinale “buono” dei Promessi Sposi. Il Crespi, peraltro, sfortunatamente morì appena trentenne proprio durante la peste descritta dal romanzo.
Ricostruzione in IA della pala d’altare alla Triulza. Partendo dall’immagine di sinistra, una vecchia fotografia, è stata ottenuta un’immagine più leggibile in bianco e nero e successivamente secondo i colori in voga nell’ambiente artistico dell’autore Daniele Crespi

Analisi del quadro
L’opera, di eccellente maestria, raffigura la Sacra Famiglia con San Sebastiano, San Carlo e San Bruno di Colonia, chiamato San Brunone, fondatore dell’ordine dei certosini, riconoscibile da tipo di cappuccio e dallo scapolare indossati nel quadro nonché dall’asta della croce circondata da rami d’ulivo (spesso tre): nella tradizione certosina, è l’attributo principale e specifico di San Bruno di Colonia. Crespi aveva anche affrescato l’intera Certosa di Garegnano con i racconti sulla vita dell’Ordine. Il dipinto, all’apparenza è una banale rappresentazione di vari santi riuniti, destinato a fungere da pala d’altare per la chiesa di San Sebastiano a Cassina Triulza. In realtà, mostra due splendidi nudi accademici, michelangioleschi, quello di San Sebastiano e di Gesù bambino collocati su piani diversi, che si contrappongono ad altre quattro figure cariche di vestimenti, in una audace eccezione ai dettami artistici restrittivi della Controriforma. Il Martire ha una relazione privilegiata con l’Infante, ne è illuminato ed è sereno nonostante la sofferenza delle frecce. Altra contrapposizione, è il damascato del cardinale arricchito dai ricami dorati della veste e della stola versus la semplicità dell’abito di San Brunone, passando bruscamente dal dettaglio sfarzoso al minimalismo devozionale. San Giuseppe ha gli attrezzi da falegname in mano e un volto da artigiano popolare. Particolarmente espressivi, fra realismo e bellezza classica, i volti di tutti i soggetti.
Accanto alla chiesa, di 54 metri quadrati, c’era una canonica porticata, vi abitava o vi soggiornava, se proveniente da altra chiesa vicina, il parroco. Chiesa e canonica sono state abbattute negli anni 70, mentre del prezioso dipinto non si ha più traccia.
Dov’è finito il prezioso dipinto?
Sappiamo che chiesa, canonica porticata e dipinto esistevano davvero, lo rivelano senz’ombra di dubbio due fotografie pubblicate in un libro degli anni ’70, curato da Antonio Iosa (1). La fotografia della chiesa mostra che fu costruita secondo rigidissimi canoni borromaici, ossia assolutamente spoglia, letteralmente azzerando gli ornamenti. Straordinaria nella sua austerità esemplare, rivela nel momento dello scatto condizioni strutturali ancora buone, salvo forse il tetto della canonica sulla parte destra. Porte e finestre sono però tutte chiuse e non è un buon segno. Davanti, sul sagrato-aja, passeggiano libere galline e forse un paio di tacchini, sotto lo sguardo di due donne residenti.

La Relazione presentata da Expo sottolinea come “dalle foto scattate nel 2012, prima dei restauri da MM si può notare come la chiesa non esista più. (…) Dalla carta del Catasto dei Terreni del Comune di Milano, aggiornata a maggio 2011, appare ancora presente l’edificio identificato come chiesa di 54 mq, in realtà demolito prima del 1990 senza lasciare tracce fisiche o documentali (2)”.
Sempre la relazione illustrativa riferisce che “i manufatti di cui è composta la cascina sono poveri di componenti e dettagli architettonici interessanti ma molto più forte è la sua immagine complessiva, con il suo orientamento “altro” rispetto al territorio odierno e con il suo profilo lineare ma discontinuo degli edifici che la compongono”. Elementi architettonici e particolari decorativi sono di un certo valore storico, architettonico e culturale, sono stati valorizzati dai restauri, anche se “alcuni fabbricati al loro interno sono stati oggetto di un pesante rifacimento, in parte mai completato, e molte delle scelte fatte sono da ritenersi non consone con l’edificio e comunque incompatibili con la sua destinazione finale”
Il Comune di Milano, interpellato cinque anni fa, riguardo cassina Triulza, ha comunicato di non volersi interessare della vicenda, nemmeno per sapere dov’è finita la pala d’altare, di cui ignora l’esistenza.

La chiesa, già in cattive condizioni negli anni 70, è stata demolita probabilmente negli anni 80 con i “restauri” avviati dalla precedente proprietà, risalente a un noto costruttore e proprietario di aree agricole. Dallo studio preliminare di MM, al capitolo “Inquadramento storico”, non emerge sia stata condotta alcuna ricerca approfondita riguardo la demolizione della chiesa e l’esistenza del quadro; è indicata genericamente la presenza di una “chiesetta”, peraltro riscontrabile fra le carte catastali o dai rilievi fotogrammetrici del tempo, di cui però non viene detto nulla, salvo specificare che negli anni 90 il piccolo tempio, con annessa canonica porticata, non esisteva più.
Resta da capire che fine abbia fatto il dipinto attribuito a Daniele Crespi. La sua sparizione aumenta il danno arrecato al territorio. La struttura è oggi proprietà della Fondazione Expo Milano e risulta ubicata in via Belgioioso 181; deve essere ceduta al Comune di Milano, se non lo è già.
(1) Antonio Iosa, La narrazione alternativa della città: i quartieri a nord di Milano: Musocco, Quarto Oggiaro, Vialba 1 e 2, la futura Contrada del Sempione. Biblioteca Sormani.
(2) Progetto preliminare RELAZIONE ILLUSTRATIVA CASCINA TRIULZA – 2012:

