Anche in questo itinerario ci muoveremo da Porta Ticinese, ma stavolta costeggeremo il Naviglio Pavese da ovest, per poi percorrere la strada per Moncucco, di cui ai giorni nostri non è rimasto molto del tracciato, ma parecchio come testimonianze storiche.

Risalendo come sempre al 1865, percorriamo l ‘alzaia del Naviglio Pavese e, a poca distanza dalla Darsena, sulla destra troviamo una graziosa stradina, tuttora presente: si tratta di via Magolfa, che prende il nome dalla cascina omonima che tuttora si trova, per quanto in condizioni degradate, al termine della via stessa.

Il borgo di Magolfa si è sempre avvalso di due centri: quello religioso e quello rurale. L’oratorio di Santa Maria del Sasso, visibile a metà della via, è stato eretto per volontà di alcuni milanesi che erano devoti alla Madonna del Sangue (venerata nel santuario omonimo di Re in Val Vigezzo e protettrice degli spazzacamini, che venivano da quel paese) per potervi custodire un’immagine di questa Madonna, davanti alla quale la sera si radunavano i 150-200 spazzacamini che, fino al 1880, venivano a lavorare a Milano; in seguito vi sarebbero venuti a pregare lavandai e conciatori di pelli.

La cascina, invece, era ed è posta in fondo alla via, costeggiata dalla roggia omonima, proveniente in origine dalla roggia Lavandai (quella del vicolo omonimo): l’edificio risale per certo almeno al XVIII secolo, in quanto è riportata sulla carta del Catasto Teresiano (1722) relativa ai Corpi Santi di Porta Ticinese, ma è ora in condizioni di grave degrado e anche il progetto di farne uno studentato non pare progredire.
Rientrati sull’alzaia, poche centinaia di metri più a sud avremmo incontrato la Conchetta: la conca è ancora al suo posto, con i suoi due canali, principale e secondario, mentre le case site in luogo dell’antico borgo, risalenti alla fine del secolo XIX, non sono quelle del 1865; a fronte del ponte che proviene dalla via omonima avremmo trovato (e troviamo, è via Darwin) l’imbocco della strada per Moncucco, che percorreremo oggi nei tratti residui. Dopo pochi passi saremmo giunti alle cascine Buonpero di sopra e di sotto, oggi scomparse, per poi piegare verso sud (odierna via Lecchi) e poi sud-ovest fino a rasentare il lato est dell’odierna piazza Belfanti e svoltare subito dopo ad angolo retto verso nord-ovest, a raggiungere la cascina Moncucchetto: questa si trovava nei pressi dell’attuale stazione Romolo, nella zona di via Imperia, e il tracciato della via era percorribile almeno fino agli anni ‘60.

Ancora qualche decina di metri e avremmo svoltato a sinistra, in direzione sud-ovest, per giungere al Molino Ceresa, che era alimentato dalla roggia detta Magolfa (sopra citata) o meglio Boniforti (nome più corretto), la cui esistenza risale al tempo dei Romani, quando fungeva da scolmatore delle fogne cittadine che uscivano dall’attuale via Torino, fino ad immettersi (come oggi del resto) nel Lamber Merdarius (oggi Lambro Meridionale).
A questo tratto di strada (via Moncucco dal civico 20 in avanti) si accede ora tramite il parco in fondo a via Rimini: tra gli antichi stabili, al civico 20 si trova ancora il citato Mulino Ceresa, sito sul lato ovest della strada, sottoposto ad accurato restauro e adibito ad usi diversi.

Poco più a sud, al civico 31, avremmo incontrato (e anche qui c’è una testimonianza ben conservata) la cascina Moncucco: l’impianto planimetrico della cascina è quello tipico a corte, stavolta trapezoidale per aderire ai tracciati preesistenti, mentre al di là della via si trovava un mulino che si avvaleva per il suo funzionamento della stessa roggia Boniforti; il complesso compare nella carta seicentesca del Claricio come Monchucco e nel settecentesco Catasto Teresiano è già riconoscibile la forma della corte; dopo una lunga attività agricola, il complesso, di proprietà comunale dal 1967, nel 2015 è stato restaurato in maniera raffinata a cura dello IULM, che l’ha adibito a residenza per studenti.

La strada per Moncucco, però, proseguiva oltre, perché l’antico agglomerato aveva anche una frazione posta più a sud: Monterobbio, il cui indirizzo infatti è stato per lungo tempo via Moncucco 51 (ora è via San Paolino 5). La strada, quindi, proseguiva verso sud costeggiando la Fossa Regina (il cui nome è legato a una curiosa leggenda), divenendo un sentiero che si biforcava proprio all’altezza di Monterobbio: la diramazione verso sud-est conduceva alla cascina Fontecchio, collegata alla Chiesa Rossa (Abbazia di Fonteggio) e citata in altro articolo, mentre la diramazione di sud-ovest, dopo aver costeggiato Monterobbio, si recava alla cascina Sant’Ambrogio, demolita per far posto al quartiere omonimo costruito negli anni ’60 del XX secolo, presso cui si trovava anche una Folla, ovvero un mulino per la follatura dei tessuti, che era alimentato da una diramazione del Lambro Morto (odierno Lambro Meridionale), e di cui oggi non rimane più traccia.

Quanto a Monterobbio, invece, la cascina è tuttora in loco: le origini del nome paiono risalire ai Romani (Mons Robur); si tramanda che la cascina fu nel medioevo un presidio militare difensivo per i Visconti e gli Sforza e che nel XIV secolo il presidio divenne un convento agostiniano. Per certo essa risale all’inizio del XVI secolo e nel 1597 la cascina Monterobbio era di proprietà delle Monache di Fonteggio. Tre gli aspetti artistici della cascina: la loggia cinquecentesca sopra al porticato a sette campate di archi a tutto sesto, l’altana rustica posta al punto di incrocio tra il corpo ovest e quello sud, entambi nella prima corte, e gli affreschi di Hayez, in parte scoperti, in parte coperti da calce, presenti nelle stanze della cascina. Questa cascina, tra l’altro, ospitò spesso il Manzoni e, nell’Ottocento, anche Napoleone Bonaparte vi si fermò durante il suo passaggio a Milano; ora versa in cattive condizioni ma è alle viste un bando comunale per il suo recupero.
Testo e foto di Riccardo Tammaro, di Fondazione Milano Policroma e ABM, Associazione Antichi Borghi Milanesi


