“I borghi di Milano” curerà una serie di articoli-inchiesta dedicati all’impatto storico, alle sfide gestionali e alle prospettive future delle fusioni territoriali, avvenute per mezzo di decreti governativi esattamente un secolo fa a Milano, Genova, Venezia, Bari, Reggio Calabria, Napoli e L’Aquila. Analizzeremo le ragioni che hanno portato alla creazione delle grandi periferie metropolitane e ai loro problemi. Questo ciclo di approfondimenti prende avvio con un focus dettagliato sulla città di Bari.

di Roberto Schena Michele
C’è un’ironia sottile e un po’ amara nel camminare lungo i bordi sfrangiati di una grande città, laddove l’asfalto incontra la pretesa della storia. Se si osserva una mappa di Bari disegnata su un tavolo ministeriale negli anni Venti, si avverte subito lo strapotere del compasso. Nel 1928, per decreto e per capriccio di grandezza imperiale, si decise che la città dovesse assumere la forma solenne e rapace di un’aquila come piaceva ai fascisti. Ma le aquile disegnate sulla carta geografica, si sa, hanno ali fatte di territori strappati e di comunità costrette a un volo che non hanno mai chiesto.
Per dare corpo a quel sogno geometrico, il regime cancellò con un tratto di penna antichi comuni come Loseto, Carbonara e Ceglie del Campo, allungando poi gli artigli fino alle spiagge di Palese — sottratta a Modugno — e di Santo Spirito, strappata a Bitonto e in parte a Giovinazzo. Sull’ala opposta, qualche anno più tardi, nel 1934, il medesimo destino toccò a Torre a Mare e San Giorgio, sottratte alle terre interne di Triggiano e Noicattaro. Un’operazione di chirurgia amministrativa che ha fuso destini diversi sotto un’unica, pesante ombra municipale (1).
La deriva del paesaggio
Se oggi il flâneur decide di percorrere queste periferie costiere, l’occhio non incontra la solennità del simbolo imperiale, bensì lo spettacolo caotico della modernità. Quella che doveva essere l’ala nord dell’aquila — l’asse formato da Palese e Santo Spirito, vedi la mappa — si è trasformata nel corso del Novecento in un continuum urbano di circa 30mila abitanti dove oggi prevale un fenomeno strutturale reale: la grave crisi del commercio di vicinato e la desertificazione commerciale. Colpisce duramente i quartieri a nord di Bari, in particolare Palese e Santo Spirito, appunto. Le due zone sono caratterizzate da villette e condomini di pregio, raramente più alti di quattro piani. Ma i commercianti attribuiscono al Comune una cronica incapacità di intervenire sul lungomare periferico e di farlo tempestivamente, nonché di fronteggiare la concorrenza spietata dell’e-commerce. Pur essendo zone a forte vocazione turistica ed estiva, i pub, i bar, le pizzerie e i ristoranti (soprattutto sul fronte mare di Santo Spirito) hanno subito i danni maggiori, lo spettacolo degli esercizi chiusi è lì tutto da vedere.
Lo stesso identico destino ha unito Torre a Mare e San Giorgio sull’altro versante: ex frazioni di comuni differenti, oggi saldate in un’unica, spianata di ville senza soluzione di continuità, periferia casuale nata dall’improvvisazione umana e dalla debolezza degli uffici urbanistici. Passeggiando tra queste strade, si avverte l’eco gaddiana di una speculazione edilizia che ha ricoperto la costa di una distesa infinita di villette. È il trionfo dell’architettura “pastrufaziana”: un fiorire disordinato di villule, villoni ripieni, rustici e case villerecce che ricordano la Brianza di Carlo Emilio Gadda. Una crescita senza bussola, dove la pianificazione ha ceduto il passo alle spontanee e talvolta bizzarre soluzioni di maestranze o di famiglie residenti.
Anche a sud della città, nel Municipio IV, che riunisce Carbonara, Ceglie di Campo e Loseto, tre comuni annessi per dare vita alla coda dell’aquila, i residenti e i loro comitati locali rimarcano emarginazione e abbandono da parte dell’amministrazione centrale di Bari. Il Municipio 4 soffre cronicamente per le discariche abusive e i roghi tossici, per la mediocre gestione dei rifiuti, di strutture abbandonate, per la presenza di aree degradate ed ecomostri. Non manca la desertificazione commerciale. I presidi del decentramento amministrativo del Municipio IV sono candidati periodicamente ai bandi di rigenerazione urbana. Nel frattempo, il divario percepito tra centro e periferia si potenzia resta un tema caldissimo
Radici che non si lasciano recidere
Eppure, sotto questa colata di cemento borghese, batte ancora il cuore di comunità che non hanno dimenticato da dove vengono. Gli abitanti di queste frazioni inglobate avvertono da quasi un secolo il peso di una cittadinanza di seconda classe. Si sentono trascurati dal potere centrale di Palazzo di Città, costretti a fare i conti con servizi carenti, degrado e una insufficiente cura del territorio.
Ma la ferita più profonda non è materiale. Le annessioni forzate hanno soffocato l’identità storica, culturale e spirituale di comunità che possiedono radici del tutto distinte da quelle del capoluogo. Santo Spirito e Palese, oggi unite sotto il burocratico nome di “Municipio 5”, vantano storie secolari che guardano altrove. Palese era la marina di Modugno, nata come borgo contadino e battezzata nel 1811 come “Villaggio Riunito della Marina di Modugno”. Santo Spirito, invece, è da sempre lo sbocco naturale sul mare di Bitonto. Le sue origini affondano nel basso Medioevo: persino il geografo arabo Al Edrisi, nel XII secolo, ne descriveva la costa per il re normanno Ruggero II, e un contratto agrario del 1261 ne formalizzava l’esistenza come locus Sancti Spiriti (2).
Colonialismo devozionale
La frizione tra la periferia e il centro si fa evidente, perfino tangibile, se si osserva la mappa antropologica dei vari culti, delle tradizioni diverse nei calendari, nel cibo, perfino nel dialetto. Bari si raccoglie da secoli attorno alla figura di San Nicola, un patrono dal respiro universale, venerato a Venezia, amato in Russia, celebrato in Turchia, nei Paesi Bassi e in Germania. Un santo internazionale, protettore di marinai e bambini, che tuttavia sotto i cieli di Bari ha finito per assumere — agli occhi delle comunità annesse — le sembianze classiche di un colonialismo interno, divenendone un bell’esempio, in perfetto stile “cinese-tibetano”. La sua figura è stata imposta dall’alto in modo discreto ma deciso, senza nemmeno il bisogno di tenere segreto il vero intento, ossia uniformare e azzerare le devozioni locali preesistenti, sovrapponendosi a culti millenari con la forza della sua ricchezza materiale e della sua preponderanza squisitamente politica.
Resistenza dei Santi alla cancel culture
A Palese, infatti, il sacro parla un’altra lingua: quella bizantina e contadina dell’Arcangelo Michele, patrono legato agli antichi pellegrinaggi verso il Gargano, affiancato dalla devozione profonda per la Vergine Addolorata. Due culti di chiara impronta modugnese. A Santo Spirito, invece, i pescatori e i marinai celebrano la Vergine Immacolata, una devozione nata dall’eredità di Bitonto.
A Carbonara il Santo venerato è Michele Arcangelo, il comandante dell’esercito degli angeli, devozione che risale agli inizi del XIX secolo (1825-1837), quando i contadini locali gli affidarono la protezione dei raccolti e dei campi. La festa patronale ufficiale si tiene ogni anno la quarta domenica di ottobre. A Ceglie del Campo numi tutelari sono Maria Santissima del Campo e la compatrona Maria Santissima di Buterrito. La Madonna del Campo è legata all’edificazione della Chiesa Matrice avvenuta nel 1776. La solennità principale si celebra storicamente il 15 agosto, mentre i riti legati a Maria SS. di Buterrito risalgono all’Ottocento con la tradizione del Carro Trionfale portato in processione a ottobre per le strade del “quartiere”. Notevole la settimana pasquale, con la processione di 40 “misteri” contenenti ognuno gruppi grandi statue centrate sulla Passione. A Loseto c’è un illustre megalomartire, San Giorgio, figura gloriosa e altrettanto universale quanto San Nicola. La presenza del culto è documentata da ben 850 anni, fin dalla costruzione della prima chiesa nel XII secolo (iniziata nel 1172) e poi rinnovata nel 1767. La festa liturgica e la processione si svolgono in aprile.

Si consuma così una doppia discriminazione. Il Comune di Bari, mentre investe ingenti risorse nei festeggiamenti di San Nicola nel centro storico, non versa un solo centesimo per le feste patronali di Palese e Santo Spirito, Ceglie, Loseto e Carbonara. Trincerandosi dietro il pretesto che l’unico patrono ufficiale è San Nicola si avvia una sorta di inconfessabile cancel culture. Ma la beffa segue il danno: quando giunge il giorno della festa, i politici di Palazzo di Città non rinunciano a sfilare sul lungomare, calcando passerelle elettorali sgradite a una popolazione che si è autotassata per mantenere vive le proprie tradizioni. Sebbene la Curia ecclesiastica riconosca queste differenze, lo Stato civile si mostra cieco.
L’illusione dell’autonomia
Da cinquant’anni i comitati locali chiedono a gran voce il ritorno all’autonomia amministrativa, vedendo nella nascita di un comune autonomo l’unica via per salvare la propria identità dall’estinzione culturale. Negli anni, la politica barese ha cercato di disinnescare la spinta indipendentista: nel 1970 mutò lo status ufficiale di queste aree da “frazioni” a “quartieri”, erigendo un ostacolo giuridico invalicabile, poiché la legge regionale concedeva il referendum solo alle frazioni geograficamente separate.
Il momento del riscatto sembrò arrivare il 19 aprile 2009, quando i cittadini di queste periferie furono chiamati alle urne per un referendum consultivo sull’autonomia. Il “Sì” vinse, ma fu una vittoria amara, segnata dall’apatia: l’affluenza si fermò a un misero 17,7% . Quell’astensione, unita alla continuità urbanistica ormai consolidata con Bari e al timore di compromettere lo status di città metropolitana del capoluogo, offrì al Consiglio Regionale della Puglia il pretesto perfetto per bocciare definitivamente la legge di autonomia nel febbraio del 2010 (3).

Varrebbe la pena di ricordare al ceto politico quanto accaduto a Venezia, dove per decenni la sinistra si è rifiutata di appoggiare la richiesta di autonomia da parte di Mestre, forte della sua maggioranza elettorale nella Venezia storica. Ebbene, da tre legislature, la sinistra non riesce a tornare al governo della città perché i quartieri della terraferma ormai votano di preferenza per le liste della destra, prendendosi una rivincita sul centro storico e decretando la fine di un lunghissimo periodo (1993-2015) in cui la sinistra ha governato da sola.
A palazzo di Città, sede del Sindaco e del Consiglio comunale di Bari, non si rendono conto che le diversità locali sono una cosa seria, non una scocciatura, anzi, precisamente sono ricchezze. A Bari si punta sul pensiero religioso unico. Così, l’aquila continua a tenere strette tra i suoi artigli di cemento queste comunità interne e costiere, mentre il flâneur si allontana, osservando le ville “pastufraziane” specchiarsi in un mare che un tempo apparteneva a Bitonto, Modugno, Triggiano e Noicattaro, le sopravvissute vie e le piazze storiche dei comuni annessi, e che oggi porta solo il nome di un capoluogo distratto.
Note
- Per spiegazioni più approfondite riguardo la formazione del territorio comunale, rimando alla mia inchiesta Roberto Schena, Antichi borghi di città, indagine nei centri storici delle periferie, ed. Magenes, 2026, in particolare il secondo capitolo, pagg. 28-35. Il libro è reperibile solo on line (Amazon et similia). Una recensione QUI.
- Per la documentazione storica ho fatto riferimento, tra le varie fonti, soprattutto al bell’articolo di Savio Ciciolla pag. 2, pubblicato su La voce dell’autonomia, Bari, numero unico 2021.
- ibidem


