Salvarono centinaia di giovani renitenti alla leva, ebrei, prigionieri di guerra fuggiti e una marea di antifascisti a proprio rischio e pericolo. Già nei primi giorni del dopoguerra offrirono un rifugio ai fascisti altrimenti destinati a giustizia sommaria. I borghi e i comuni antichi nella Resistenza sono un capitolo molto complesso ancora da elaborare. Si conoscono le storie di Niguarda, Crescenzago, Precotto, Bicocca, Turro e Affori ma i contributi alla lotta antifascista nei quartieri degli ex comuni sono infiniti. Fra il 1943/45, si può però già delineare un quadro importante: nelle aree periferiche di Milano la Resistenza fu più forte anche grazie a loro, dove collaborarono veri e propri preti partigiani
di Roberto Schena
Un altissimo contributo umanitario, una lezione cristiana nel senso più profondo. Grandissima e doppia testimonianza di solidarietà, purtroppo poco conosciuta e ancora più trascurata, se non ignorata o addirittura boicottata del tutto: da una parte, la formazione e l’emergere di preti partigiani pronti a combattere il nazifascismo, dall’altra, dopo il 25 aprile, gli stessi identici preti si adoperano per fermare le vendette contro i persecutori fascisti, molti dei quali protetti e nascosti da rabbiose esecuzioni sommarie, purtroppo abbondanti. Tali pietosi interventi a favore degli sconfitti, che si potrebbero definire, nel complesso, da pacificatori, non sempre ebbero successo, ma talvolta il prestigio acquisito sul campo da parte del sacerdote partigiano, acquisito tra i partigiani che spesso avevano contribuito a salvare nei momenti più duri della repressione contro la Resistenza, poté risolvere situazioni complicate. Evitarono fucilazioni d’impulso, dettate da rabbia e vendetta, comprensibili ma spesso ingiustificate. Anche nei casi in cui le perorazioni contro la giustizia sommaria ebbero un esito negativo, i preti partigiani rimasero accanto ai prigionieri fascisti destinati alla morte accompagnandoli e fornendo loro i conforti religiosi.

Ne parla un vecchio libro, “Memoria di sacerdoti “ribelli per amore”, 1943-1945″, di don Giovanni Barbareschi, 1986, edito dal Centro ambrosiano di documentazione e studi religiosi, presso la sede arcivescovile di piazza Fontana 2. Don Giovanni Barbareschi (1922-2018), fu egli stesso prete partigiano. E’ il prete che benedisse i 15 martiri di piazza Loreto, fucilati dai fascisti il 10 agosto 1944; si unì ai partigiani e fu arrestato due volte. Nel dopoguerra si adoperò per salvare la vita al colonnello Eugen Dollman, capo dei servizi segreti nazisti in Italia e questi per riconoscenza gli dedicò il suo libro di memorie. Segnala 186 casi documentati di preti chiaramente partigiani perché impegnati attivamente nella lotta antifascista. Con loro, le rispettive parrocchie, più o meno coinvolte nella diocesi di Milano. Ma 186 preti partigiani significa che 186 parrocchie erano comunque consenzienti alla Resistenza, giacché molto difficilmente l’attività antifascista e l’andirivieni di giovani, renitenti, ebrei, ricercati, poteva passare inosservata al parroco, agli altri sacerdoti del posto e ai fedeli. Anzi, quasi sempre i preti impegnati sono o parroci o coadiutori del parroco. Questo dà l’idea della vasta partecipazione cattolica all’antifascismo. Oggi sappiamo che le parrocchie della diocesi milanese sono 1107, non abbiamo il dato del periodo 1943-45, certo trattandosi di un periodo precedente il boom economico e le grandi ondate immigratorie degli anni Sessanta, il loro numero era inferiore, probabilmente non più di 6-700, ma comunque esteso e radicato nel territorio diffuso.
Il libro segnala 186 casi di sacerdoti che nella sola diocesi ambrosiana non si limitarono a un atteggiamento neutrale, come formalmente preteso dalla chiesa soprattutto per ragioni di sicurezza, ma presero parte alla lotta partigiana proteggendo renitenti alla leva, ebrei e antifascisti. A Milano, preti partigiani nel vero senso della parola ne sono stati individuati 24, più che altro legati ai giovani universitari della Fuci e dell’Azione cattolica, associazioni relativamente indipendenti durante il ventennio, che si rafforzano nelle parrocchie durante la guerra.
Niguarda

A Niguarda, notevole il caso della parrocchia di San Martino, la più importante dell’ex comune, fondata nel XII secolo, dove agiscono due preti: il parroco stesso, don Giovanni Macchi, e il coadiutore, don Anacleto Bianchi. Don Macchi è del 1875, diventa sacerdote nel 1899 a 24 anni. Nel 1912, a 32 anni, è nominato parroco di Niguarda, quando ancora era un comune, allora con circa 6 o 7mila abitanti. Organizza cooperative di lavoro e di servizi a favore degli abitanti, leghe per la salvaguardia dei diritti degli umili, come veniva definito il popolo dei non abbienti, con un termine tipicamente manzoniano. Nel 1923 assiste al passaggio di Niguarda a Milano insieme ad altri 10 comuni, un avvenimento che coincide con la cessazione di ogni libera attività dei cittadini per effetto della pesante azione di picchiatori fascisti.
Nel 1943, dopo l’8 settembre, don Macchi ha già 68 anni, deve gestire prima la caduta del fascismo, poi la disperazione dell’occupazione nazista nel quadro della repubblica di Salò. Il prete mette a disposizione la sua abitazione per riunioni clandestine legate al CNL. Si accorda con le suore dell’ospedale di Niguarda per far fuggire i prigionieri e i ricercati. Dopo il 25 aprile, viceversa, proteggerà i fascisti ricercati e a rischio di essere giustiziati sommariamente.
Con lui c’è il giovane don Aniceto Bianchi, 25enne, a cui viene affidato l’oratorio maschile della chiesa. Punta a preparare i giovani alle idee di una futura società democratica, organizza clandestinamente dibattiti, conferenze, incontri, discussioni per quella che sarà la futura classe dirigente cattolica. Nel 1944, don Aniceto organizza un Gruppo di azione partigiana (GAP) collegato ai combattenti della val d’Ossola. La sua abitazione a Niguarda diventa un punto di riferimento per la stampa clandestina, per preparare certificati falsi, per la raccolta di armi tolte ai fascisti dai partigiani, a cui dava la copertura quando la chiedevano. Il 25 aprile media, insieme al parroco, la resa di un reparto di militari tedeschi e italiani asserragliati nella caserma di via Suzzani. Morì ancora giovane, 9 anni dopo.
Crescenzago

A Crescenzago, dove nacque nel 1910, durante il biennio della lotta partigiana don Enrico Bigatti è coadiutore del parroco presso l’antica chiesa di Santa Maria Rossa. Ancora nel settembre del 1943 s’impegna nell’Oscar, un nome di persona scelto per nascondere un acronimo: Organizzazione Soccorsi Cattolici Antifascisti Ricercati. L’OSCAR aiuta a nascondere centinaia di ricercati, ebrei, antifascisti, ragazzi renitenti alla leva. Si può dire che quasi tutta la popolazione dell’antico borgo di Crescenzago, ex comune aggregato nel 1923, è con lui e lo aiuta in mille modi. Senza questo appoggio totale, don Enrico non avrebbe potuto agire nella sua attività partigiana: la sua abitazione nasconde blocchi di stampa clandestina desinata alla distribuzione e documenti falsi da assegnare a chi deve espatriare, persone da egli stesso accompagnate ricorrendo a più travestimenti: da soldato, da milite fascista, da pompiere e da prete, ovviamente.

Viene arrestato abbastanza presto, nel gennaio del 44 dai tedeschi e rinchiuso a San Vittore, ma dopo 34 giorni passati a trarre sistematicamente in inganno gli inquirenti ed eludendo le domandi degli interrogatori, è scarcerato. Anzi, mantiene i contatti fra detenuti e parenti, instaura una rete di informatori, diventa Cappellano della 18esima Brigata del Popolo. Riprende con l’Oscar l’attività antifascista a Crescenzago e una notte durante un tentativo di espatrio in Canton Ticino il suo giovanissimo collaboratore viene colpito a morte: è il 19enne Peppino Candiani, dell’Azione Cattolica. Anche lui il 25 aprile media la resa di una colonna di italiani e fascisti bloccata dai partigiani sul ponte della Martesana. In quelle giornate assiste a numerosi processi sommari seguiti da fucilazioni, rammaricandosi di non essere riuscito a salvare le vittime e anzi indignandosi per i metodi seguiti. Il CNLAI pochi giorni dopo gli chiederà di compilare una lista di persone che è riuscito a salvare durante la guerra, ma don Enrico preferisce evitare i pubblici riconoscimenti (leggi le sue vicende anche QUI).
La funzione del Collegio San Carlo

Dell’Oscar fanno parte, oltre a don Enrico Bigatti, altri sacerdoti: Andrea Ghetti, che in pratica è il principale responsabile), Aurelio Giussani, Giovanni Barbareschi, Natale Motta e laici: Giulio Uccellini, Carlo Bianchi, Teresio Olivelli. La sede operativa, il “quartier generale”, era nel Collegio San Carlo di corso Magenta trasformato in un vero e proprio centro clandestino antifascista cattolico, dedito soprattutto alla preparazione di migliaia documenti falsi e stampa clandestina, i cui capi sono regolarmente ricevuti dal cardinale Ildefonso Schuster che clandestinamente li protegge. Le Brigate Nere sono perfettamente consapevoli delle loro attività per cui ogni tanto qualcuno vicino all’Oscar che si è esposto più del solito deve nascondersi e sparire. Da menzionare l’episodio del bimbo ebreo di 4 anni, Gabriele Balcone, destinato a Buchelwald che invece si riesce con uno stratagemma a far ricoverare in un ospedale per una finta operazione. Lì viene “rapito” da 4 giovani dell’Oscar vestiti da medici e portato in salvo all’estero.
Precotto


A Precotto, don Carlo Porro è stato un partigiano a tutti gli effetti, non tanto per azioni militari, quanto per il supporto che ha prestato aiutando la struttura partigiana della zona, realizzando collegamenti, comunicazioni, aiuti logistici. Ebbe un alto riconoscimento ufficiale dal generale Harold Alexander, per l’aiuto prestato all’esercito inglese, per l’attività partigiana e per l’aiuto offerto ad ex-prigionieri di guerra alleati durante l’occupazione tedesca. Don Carlo Porro era coadiutore della parrocchia di Precotto nell’ottobre 1944, quando ebbe luogo il bombardamento delle scuole di Gorla e di Precotto; nella prima morirono 184 alunni, 19 maestre più altri 18 bambini del quartiere e 400 civili della zona di Milano Nord. Ma a Precotto, don Carlo riuscì ad aprire un varco nelle macerie e a fare uscire, con l’aiuto di volontari, circa 200 bambini dalla stessa scuola di Precotto, centrata da una bomba. Venne insignito della medaglia d’oro al valor civile dal Comune di Milano per “aver salvato la vita agli alunni e ai maestri della scuola Antonio Rosmini”. Muore in un incidente il 21 agosto 1947.
Turro
A Turro, don Domenico Ghinelli, coadiutore alla parrocchia di Santa Maria Assunta nel periodo dal 43 al 45, proviene dalla tradizione popolare e antifascista legata dal 1919 al 1922 alla personalità di don Luigi Sturzo, come lo stesso parroco della chiesa di Turro, don Carlo Colombo. Nel 1931 quest’ultimo viene sostituito da don Ambrogio Rosa, che si oppone pubblicamente al fascismo quando manifesta l’intenzione di sciogliere l’Azione Cattolica. Durante la guerra don Domenico Ghinelli, nominato da poco, è coadiutore per la formazione dei giovani nell’oratorio e docente di sociologia, di etica politica, ovviamente clandestino, riuscendo a coinvolgere anche i lavoratori delle numerose fabbriche di Turro, come la Fiem, la Nassetti, Salva, Dell’Orto, Manifattura e altre. Con il parroco, dà vita alla 18esima Brigata del Popolo trasmettendo dati sulla consistenza delle forza nazista e fascista.

Alla stazione ferroviaria di Turro transitano spesso treni carichi di “traditori della patria” come renitenti e detenuti politici, costretti a rallentare per via di una curvatura. Qui molti giovani prigionieri si buttavano sul binari trovando spesso i partigiani organizzati da don Ghinelli pronti ad accoglierli. L’attività secondaria della parrocchia viene però notata e don Domenico fu arrestato dai tedeschi. Per liberarlo intervenne il card. Schuster, garantendo per lui. Subito dopo il 25 aprile, è spesso in lotta per impedire la giustizia sommaria, senza essere sempre ascoltato, nonostante la sua popolarità.
Bicocca
Alla Bicocca, nella parrocchia di San Giovanni Battista, don Armando Lazzaroni, trentenne, è reduce di guerra dove ha esercitato come cappellano militare, venendo congedato per gravi motivi di salute. Destinato alla Bicocca, in realtà abita in pieno centro a Milano di fronte a una caserma dei vigili del fuoco, di cui diventa cappellano e collabora col comandante antifascista. Come tutti gli altri sacerdoti impegnati, protegge renitenti alla leva, ebrei, ricercati, prepara documenti falsi. La casa parrocchiale era situata in via Luini 2, l’abitazione del cappellano era in via Farina 15, alla Bicocca, come le abitazioni di alcune fidate parrocchiane, furono sicuro rifugio per le persone braccate dai nazifascisti. E’ lui stesso a descrivere quel periodo in un suo scritto, autocitandosi come “il Cappellano”, controfirmato dal comandante ing. Tosi (lo trovate QUI).
Affori

Ad Affori, don Ferdinando Meda, coadiutore della parrocchia di Santa Giustina ad Affori, ancora durante il fascismo parla apertamente dei soprusi fascisti. Durante la guerra, ai giovani sbandati che chiedono consiglio sul che fare delle loro vite, dice che hanno due sole prospettive: o espatriare (scappare) in Svizzera o unirsi ai partigiani. Correndo gravi rischi personali aiuta parecchi giovani a raggiungere le formazioni partigiane assicurando la propria assistenza, religiosa e non. Dopo il 25 aprile con uguale impegno cristiano, protegge molte persone compromesse col fascismo. Don Ferdinando sarà insignito del Cavalierato al Merito della Repubblica Italiana.
Va sottolineato che se aiutare i partigiani poteva costare la vita, come purtroppo avvenne per molti sacerdoti durante l’occupazione nazista, nessun prete impegnato a proteggere i fascisti fuggitivi da procedimenti sommari ha mai rischiato la vita a Milano, per questo. Erano già cambiati i tempi.
Conclusione
Il libro di Barbareschi è fondamentale come punto di partenza per la creazione di un vero e proprio cenotafio virtuale, o monumento della memoria, dedicato ai preti partigiani e a tutti coloro che hanno collaborato per salvare decine e decine di vite in un momento particolarmente difficile della vita cittadina. Non è ancora il loro Spoon Rover virtuale, ma potrebbe, dovrebbe diveltarlo, una grande raccolta di vite che hanno salvato altre vite.

