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MONTEROBBIO / Cinque ventenni, partigiani alla Barona

Cascina Monterobbio a china in AI

Cascina Monterobbio a china in AI

SOMMARIO Le vicende di cascina Monterobbio durante la guerra, aprono un squarcio sulla dimenticata Resistenza nel sud Milano, nel Municipio 6 in particolare, dalla Barona al Giambellino. I partigiani sono in buona parte giovanissimi, 18-24enni in media, tutti considerati renitenti alla leva o disertori dai repubblichini. Il caso dei due fratelli Giuseppe e Pietro Magnini, uccisi nel ’44 a due mesi l’uno dall’altro. Purtroppo, di tutti abbiamo notizie frammentarie, la memoria collettiva non ha rielaborato bene il lutto. Ecco le lapidi che li ricordano

di Roberto Schena Michele

Villa-cascina Monterobbio ha per la Barona e il Municipio 6 un significato particolare, straordinario e soprattutto commovente. Lega, infatti, la propria storia alla Resistenza con il sacrificio di 5 partigiani giovanissimi, tra cui due fratelli, tutti fucilati quando erano ancora dei ragazzi, in un’età compresa fra i 18 e i 24 anni. Le loro vicende, sono rappresentative dell’Italia in guerra e di come è stato costruito il riscatto antinazifascista di Milano, premessa della società nuovamente tornata libera nell’aprile del 1945. I cinque ragazzi abitavano tutti in via Moncucco 51, oggi divenuta via San Paolino 5, dove è situata la villa-cascina di età cinquecentesca. La sua storia, molto interessante, la trovate QUI.

La lapide di via San Paolino, già via Moncucco

Monterobbio è una di quelle località dove una grande cascina “fa borgo” perché ampia, riferimento di molte aree circostanti e, almeno un tempo, decisamente abitata, tanto da essere dotata di tutte le funzioni di un borgo, casa padronale aristocratica compresa. Ospitava in tutto almeno una ventina di famiglie, più o meno un centinaio di persone in larga maggioranza giovani, dato che il  numero medio dei figli, nati in quel periodo, era di tre o quattro per famiglia, se non di più.  Delle cinque famiglie di appartenenza dei ragazzi, ormai si è persa ogni traccia; anche dei giovani rimasti vittime della guerra partigiana, sappiamo quasi nulla: non sappiamo se avevano fratelli, se e quanti della cascina fossero renitenti o meno, se qualcuno abbia aderito alla Repubblica di Salò, o se potevano essersi nascosti senza partecipare alle azioni bande partigiane con l’aiuto di qualche parrocchia..

Molto probabilmente, i cinque partigiani con le loro famiglie risiedenti alla Monterobbio insieme ad altre, furono tutte assunte per svolgere lavori stagionali, o bracciantili o artigianali o da operai. Lo dice il loro luogo di nascita, tutti fuori Milano: Pioltello, Vimodrone, Cerro al Lambro, Chieve, Zelo Buon Persico. Trasferiti nel loro girovagare professionale a Milano perché chiamati a svolgere i lavori di tipo rurale di cui erano esperti, riempirono i vuoti lasciati dal richiamo alle armi di non pochi giovani contadini milanesi residenti. Con tutta certezza, si può dire che alcuni dei cinque ragazzi fucilati divennero maggiorenni durante l’evento bellico, e solo in un secondo momento si trovarono a vivere nello status di ricercati per renitenza alla leva o diserzione, senza mai avere indossato alcuna divisa.

 La Repubblica di Salò aveva infatti convocato, il 9 novembre 1943, con il “bando Graziani”, la leva per i nati nel 1923, 1924, 1925, ossia tutti i giovani tra i 18 e i 20 anni.  Dei 180mila richiamati alla leva da questo primo bando, solo 87mila si presentarono, tutti gli altri disertarono, molti si nascosero, spesso con l’aiuto delle parrocchie, molti fuggirono dove poterono, altri raggiunsero le formazioni partigiane, le uniche che potessero offrire un’organizzazione alternativa alla divisa. Tre mesi dopo, constatato il semi fallimento della chiamata, un decreto firmato da Mussolini comminava la fucilazione per renitenti e disertori. Il provvedimento, tuttavia, ebbe effetto opposto, rafforzò di fatto la resistenza partigiana clandestina. 

Vediamo ora chi sono i cinque ragazzi residenti in Cascina Monterobbio, nell’allora via Moncucco 51:

  • Attilio Lombardi

     Attilio Lombardi, 19 anni, nato a Zelo Buon Persico (quando era provincia di Milano, poi passato a Lodi) il 23 febbraio 1925, figlio di Vittorio e di Giuseppina Brambati. Attilio fu partigiano fin dall’8 settembre 1943, apparteneva alle formazioni legate al Partito d’Azione, guidate da Ferruccio Parri, di “Giustizia e Libertà” divisione Ticino. Venne portato via da casa il 16 ottobre 1944 dai fascisti e dagli stessi ucciso a Chiavari (Genova) quattro giorni dopo, come descritto in una testimonianza allegata alla scheda presso l’Anpi Provinciale di Milano. Risulta difficile avere notizie che spieghino come mai questo trasferimento a Chiavari (Genova), avvenuto tra l’altro insieme a Giuseppe Magnini, un altro partigiano della cascina Monterobbio. Si può solo ricordare che i monti liguri erano pieni di partigiani. Viene ricordato anche al cippo di via Moncucco, dove c’è la cascina “madre” della zona (vedi QUI), insieme ad altri due giovanissimi, il saldatore Luigi Bossi, finito a Mauthausen e qui deceduto a 23 anni il 23 aprile 1945, e Alvez Sturaro, di 18 anni, fucilato il 16 dicembre 1944, tutti ragazzi di cui si è perduta qualsiasi altra traccia.

    Giuseppe Magnini

    Giuseppe Magnini, 19 anni, nativo di Pioltello il 20 settembre 1925 da Natale e Luigia Freschi, apparteneva alla Volante “Riva”, della Brigata socialista Matteotti.  Fu anche lui fucilato a Chiavari al tramonto del 20 ottobre del 1944 insieme ad Attilio Lombardi, che conosceva bene essendo ambedue residenti nella cascina Monterobbio. Appartenevano a due formazioni partigiane diverse, ma non sono rari gli episodi di azione in comune. Per ricostruire le vicende di Giuseppe e di Attilio occorrerebbe un lungo lavoro di ricerca negli archivi a Chiavari, un compito da storici specialisti.

  • Pietro Magnini

    Pietro Magnini, 23 anni, nato a Vimodrone il 16 gennaio 1921. “Pierino” apparteneva alla stessa Brigata del fratello Giuseppe, in cui evidentemente erano entrati insieme. La famiglia, quindi, prima di capitare a Monterobbio si era spostata da Vimodrone, a Pioltello, dove era nato Giuseppe nel 1925. I due fratelli partigiani agivano separatamente, infatti il 23enne Pietro fu fucilato a Milano alla vigilia di Natale due mesi dopo il fratello più giovane, il 24 o forse il 26 dicembre 1944 dalla compagnia giovani fascisti Bir El Gobi, in località o strada Naviglio Pavese, molto probabilmente con Angelo Leoni, a cui accenneremo più sotto. La formazione fascista era composta da giovanissimi volontari di età compresa anche loro fra i 18 e 19 anni; il nome si riferisce alla battaglia condotta dal reparto spedito in Africa nel 1941, dove dei 2200 18-20enni ne sopravvissero 872. Fecero una certa impressione agli inglesi per il loro enorme impegno unito all’età giovanissima “lo definirono il più bel reparto avversario in Africa e li denominarono i Mussolini Boys“, anche se gli inglesi si guardavano bene dal mandare al macello interi squadroni composti solo da inesperti giovani, quasi imberbi.  A Milano, tuttavia, il reparto che porta quel nome non ha più nulla di eroico, viene utilizzato in funzione repressiva.

     

    Angelo Leoni

    L’altro fucilato dalla Bir El Gobi in zona Naviglio Pavese è Angelo Leoni, 19 anni, nato a Cerro al Lambro l’8 novembre 1925, figlio di Pietro Battista. Entrò a far parte della Brigata volante “Oliva” della divisione Ticino, fucilato sulla strada Pavese il 26 dicembre 1944. La morte di Pierino e Angelo fu annunciata dal Corriere della sera con un trafiletto in cui si specifica che due cadaveri furono trovati in una roggia di Villambrosia, vicino al Naviglio Pavese, a Rozzano (vedi il trafiletto per intero qui a fianco), quasi si trattasse di un giallo, un duplice delitto di delinquenza comune. Nemmeno il coraggio di rivendicare l’azione.

  • Il trafiletto del Corriere

 

  • Giuseppe Vanazzi

    Giuseppe Vanazzi, 24 anni nato a Chieve (Cremona) il 4 febbraio 1920 da Luigi e Agostina Bressanelli, è l’unico arruolato, destinato in Albania. Apparteneva alla Brigata Gramsci, formata in Albania da 170 volontari tra i militari italiani del Regio esercito, quasi tutti della divisione “Firenze” e da albanesi. La sua lotta contro i nazisti iniziò subito l’8 settembre 1943 e continuò collaborando con l’Esercito Albanese di Liberazione Nazionale.  Giuseppe è deceduto in combattimento in Albania il 28 settembre 1944. Dei suoi resti non si sa nulla.

    Cascina Monterobbio alla Barona

    Cascina Monterobbio oggi purtroppo è abbandonata al degrado nonostante l’ottima posizione per realizzarvi diverse importanti attività. sia culturali, sia commerciali.

Tra via Ludovico il Moro e via Giambellino

I nomi sulla lapide di via Giambellino 46

Un episodio altrettanto significativo avvenne al Giambellino con tre giovanissimi tutti residenti in via Lodovico il Moro, due al numero civico 135, uno al 185. Luciano Paschini, 18 anni, Giuseppe Frazzei , 18 anni e Francesco Migliavacca, 20 anni la sera del 7 aprile 1945 tentarono di irrompere in una casa di via Giambellino, nell’abitazione di un personaggio ritenuto un delatore e torturatore appartenente alla famigerata Legione “Muti”. L’ipotesi (non confermabile) è che si trattasse dello stesso delatore che il 4 agosto 1944 denunciò altri tre partigiani, due dei quali ventenni, scoprendoli in riunione nella cantina dello stabile in via Ludovico il Moro 135, dove abitavano anche loro.  Questi tre partigiani, immediatamente fucilati, dovevano essere ben conosciuti dai tre che fecero irruzione nell’appartamento del delatore abitante al Giambellino, per giustiziarlo. Data la palese inesperienza militare di questi ultimi tre giovanissimi partigiani, il delatore riuscì a fuggire e a raggiungere un vicino presidio fascista. I camerati procedettero subito “al rastrellamento della zona – scrive il sito anpibarona.it.blogspot.com – e riuscirono a catturarli. Non si erano allontanati dalla zona”. Furono riempiti di botte e altre sevizie, “subito dopo ricondotti sul luogo della loro azione e lì fucilati. L’esecuzione avvenne in un prato dove poi sorse un palazzo, in via Giambellino 46, e lì venne posta un’ altra lapide a loro ricordo”. Anche in questo caso, la loro morte viene annunciata dal Corriere della sera con un brevissimo trafiletto.

Giuseppe Frazzei
Il trafiletto apparso sul Corriere

 

Abbiamo potuto ricostruire queste vicende grazie al sito https://anpibarona.blogspot.com/2021/03/i-partigiani-della-barona-cascina.html, dell’Anpi Barona, che ringraziamo. 

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